Cantiere animato: nuovi approcci alla progettazione

La progettazione del riabitare uno spazio pubblico si basa sempre più su percorsi che attivano incontri tra persone (spesso giovani) interessati al riuso a fini culturali e sociali di spazi vuoti ed Enti proprietari interessati a questo tipo di “rigenerazioni”, anche temporanee.

Oggi i territori vivono una situazione del tutto nuova, con una crescita smisurata di spazi che vengono progressivamente lasciati vuoti, privi di una loro funzione dʼuso. Eʼ un fenomeno particolare che vede il passaggio da “persone senza spazi” a “spazi senza persone”. Ciò sia nelle aree urbane, che nei territori rurali, dove lʼIstat ha mappato (ad aprile 2015) ben 6.000 “paesi fantasma”, intesi come agglomerati abitativi abbandonati.

Molte esperienze in Italia segnalano già il riuso di questi spazi come esperienza di creazione di valore sociale, culturale ed anche economico /occupazionale. Esistono però sia barriere che difficoltà allʼincontro tra giovani (ed in generale cittadini) interessati a questa rigenerazione e chi ha la proprietà / disponibilità di questi beni (nonostante diverse leggi ed in particolare lʼart. 24 dello Sblocca Italia).

Per favorire questi processi, nei Comuni e/o nei quartieri (comprese le periferie) in cui le relazioni e gli incontri tra persone ed istituzioni sono ancora possibili e fondati su un capitale fiduciario, si possono promuovere percorsi di riuso di questi spazi, affinché diventino “beni comuni”. Un concetto diverso sia da quello di bene di proprietà pubblica, che privata, interessante perché dà meno importanza a questa dimensione per privilegiarne la fruizione d’uso che lo spazio assume (“rivolta alla gente comune”). I “beni comuni” sono quindi spazi di proprietà pubblica (o del Terzo settore, ma anche di privati), affidati però – nella gestione – ad organizzazioni esterne. Ciò sempre garantendo una funzione pubblica – da mandato iniziale – occupandosi della governance della gestione / fruizione del bene.

Quando proprietario del bene è l’Ente Pubblico, proprio per garantirne una funzione pubblica, il ruolo diventa quello di partner del soggetto gestore, partecipe delle attività, grazie all’istituzione di una “cabina di regia pubblica / privata”, che si creerebbe ad hoc per la gestione. In questi percorsi possono nascere anche associazioni temporanee o di scopo, fondazioni di partecipazione, ecc. Non solo: se non partono dal basso e spontaneamente questi percorsi di riuso, l’Ente Pubblico assume il ruolo di attivatore di percorsi e la progettazione diventa la gestione del progetto, l’attesa della trasformazione, la programmazione del “frattempo”, in cui succedono però già delle cose. La rigenerazione non è quindi un’opera pubblica, ma diviene un percorso partecipato, che spesso è anche di co-realizzazione di alcune azioni di riuso (es. pulizia, manutenzioni semplici, ecc.).

Lʼottica di queste operazioni di riuso è di permettere prevalentemente (ma non solo) a “giovani appassionati e competenti” di farne una occasione occupazionale. Ciò facilitando il riuso di questi spazi vuoti in tempi brevi (anche temporaneamente) nell’ottica di start up culturali e sociali, con “low budget”. LʼEnte Pubblico infatti si trova generalmente in carenza di risorse, ma può sostenere la progettazione finalizzata ad azioni di fund raising.

Rispetto ad eventuali capitali, i team di giovani possono accedere ad un programma di finanziamento di istituti finanziari del Terzo settore, su logiche di “capitale paziente” proprio per sostenere questi “cantieri di rigenerazione”. Ma possono guardare anche al fund raising, al crowdfunding, ai bandi pubblici e/o di Fondazioni.

Queste operazioni di riuso sono infatti azioni di rigenerazione (rurale o urbana), di aggregazione pubblica, di partecipazione attiva e di cittadinanza, oltre che di inclusione sociale, sempre in ottica di sviluppo occupazionale. Il Terzo settore (o No profit) infatti in questi anni è stato un ambito che è cresciuto dal punto di vista occupazionale, soprattutto coinvolgendo giovani, in prevalenza qualificati. Queste operazioni di riuso spesso diventano anche azioni di sviluppo locale, soprattutto là dove riprendono temi legati al turismo leggero, alla valorizzazione del territorio, al food, alle tradizioni, allʼarte e cultura.

Questi percorsi partono dalla condivisione interna alla P.A. sulle modalità e condizioni di esternalizzazione e procedono poi con la loro promozione, con lʼavvio di un percorso pubblico animativo di formazione / promozione del riuso dello spazio e si concludono con lʼassegnazione della gestione dello spazio, sempre con una evidenza pubblica e con una modalità trasparente. Viene elaborato anche uno “studio di fattibilità”  ai fini di individuare – sempre in modo coprogettato – vocazione, funzioni dʼuso, analisi investimenti e sostenibiltà della gestione, elementi per un piano di marketing, reti e partner, nuovi pubblici.

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Il riuso però non è detto che parta sempre e solo dall’Ente pubblico. L’attivatore, a seconda dei territori, può essere un soggetto portatore di un bisogno (es. Terzo settore), un gruppo di persone che si unisce per una causa, un’organizzazione particolarmente sensibile alle questioni.Di conseguenza, anche il percorso di riuso / rigenerazione, può avere più dimensioni, dinamiche diverse, tempi più o meno lunghi.

Nel 2016, le buone prassi sviluppate grazie al lavoro diretto degli autori di “Riusiamo l’Italia” sono state l’avvio del co-working/incubatore a Tortona con Impact Hub in una ex Scuola/spazio pubblico vuoto, a Varese Vitamina-C, il social hub promosso da ACSV in una “terrazza” non utilizzata, a Formigine (Mo) la riprogettazione partecipata di un nuovo spazio per i giovani  in uno spazio sotto utilizzato ed in Valle Sabbia (Bs) , l’avvio di un nuovo fab lab in un ex convento. Oltre alla co-progettazione, decisivo è stato l’accompagnamento all’avvio della gestione di questi nuovi spazi.

giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it

Percorsi di progettazione di ri-usi pubblici di spazi vuoti: lo studio di fattibilità e lʼaccompagnamento allo start up

Percorsi di progettazione di ri-usi pubblici di spazi vuoti: lo studio di fattibilità e lʼaccompagnamento allo start up

Schermata 2016-12-03 alle 02.10.05.png1 Lo scenario

Oggi si assiste ad una situazione nuova nel rapporto luoghi/territori. Ci si trova infatti di fronte a contesti dove sempre più gli spazi sono vuoti superano le richieste per eventuali e diverse funzioni dʼuso. Luoghi produttivi dismessi, aree abbandonate, edifici pubblici e para-pubblici vuoti, ma anche Oratori, Stazioni FFSS, cinema, locali commerciali… Sintetizzando, si potrebbe affermare che le politiche giovanili, quelle culturali e quelle urbanistiche dovrebbero darsi lʼobiettivo di riempire questi spazi vuoti con idee e talenti individuali e collettivi, contribuendo alla rinascita delle città e dei territori con nuove energie. A partire da aree interne e periferie. Questa strategia prevede un forte coinvolgimento degli attori locali, anche al fine di valorizzare saperi, tradizioni e know how del territorio, attualizzando magari antiche vocazioni e generando nuovo capitale sociale, indispensabile allo

sviluppo dei territori.

Il punto di partenza è quindi lʼelaborazione, con una fase di ricerca sociale, di uno studio di fattibilità vero e proprio. Finalità di questo lavoro sono quelle di guidare il percorso che porti questi spazi ad essere luoghi di innovazione ed eccellenza nellʼambito specifico delle politiche locali “site specific”, ma comparabili con quelle europee, in quanto pensate e gestite seguendo le linee guida della UE in materia.

A conclusione della fase di ricerca e studio, la fase successiva di questo lavoro è quella di un percorso di accompagnamento con soggetti committenti e gestori. Infatti, una volta definite le caratteristiche, le funzioni dʼuso, il piano marketing ed il budget grazie allo studio di fattibilità, prende avvio la fase di implementazione. Si tratta di un percorso dove formazione, consulenza, accompagnamento, supervisione, analisi di situazioni critiche, si fondono costantemente, in un servizio di tutoring a metà tra momenti dʼaula e lavoro a distanza, con supporto anche rispetto a materiali necessari allo start up del Centro (es. contratti tipo con organizzazioni giovanili, budget dei costi delle attrezzature, selezione dei fornitori, grafiche, ecc.).

2 Lo studio di fattibilità

Lo studio di fattibilità, nell’ambito della progettazione sociale, non sostituisce la redazione del progetto, ma fornisce spunti e indicazioni delle quali chi progetta può tenere conto per organizzare il proprio lavoro.

Per predisporre lo studio, vanno anzitutto raccolti dati, utilizzando diverse fonti informative:

– dati descrittivi del territorio (quanti giovani ci sono, che caratteristiche hanno,quali interessi e competenze, quali sono le attività produttive presenti, ecc…);

– colloqui con testimoni significativi individuati sul territorio (es.: rappresentanti di istituzioni, associazioni, figure educative, operatori economici, gestori di locali, ecc…);

– incontro aperto con tutte le persone potenzialmente interessate all’apertura del Centro;

sopralluogo della struttura, delle sue caratteristiche e della sua collocazione.

Utilizzando i dati raccolti si elabora uno studio di fattibilità ad hoc. Il documento, una volta “approvato” dal committente, viene poi presentato pubblicamente e messo a disposizione

dei soggetti locali interessati, anche alla gestione del Centro. Lo studio diventa, ad esempio per le Amministrazioni locali, il documento progettuale di riferimento in base al quale valutare le offerte in eventuali bandi pubblici.

Lo Studio di fattibilità viene commissionato infatti per definire se un progetto (o un programma) o un’idea di massima:

• produce utilità sociale e culturale;

• può essere realizzato/migliorato dal punto di vista tecnico;

• risulta sostenibile dal punto di vista economico.

Lo studio riguarda una dimensione di futuro (“pro-jecuts”, “verso cosa”) e si basa quindi su delle valutazioni, più che su elementi certi, per cui si devono adottare criteri chiari e trasparenti, in modo da garantire l’obiettività dello studio e dei suoi risultati.

Il prodotto finale dello studio è costituito da un insieme di conclusioni e di raccomandazioni sulla possibile realizzazione e sulla delimitazione degli ambiti, offrendo indicazioni utili a orientarne le priorità, le linee di azione, le strategie e le modalità di lavoro, la pianificazione economica e temporale, le procedure amministrative ed i criteri di valutazione per lʼassegnazione della gestione. Diventa quindi, per il committente, uno strumento conoscitivo utile a supportare le valutazioni relative allʼopportunità di adottare scelte in particolare per quel che riguarda lʼambito di operatività. Infine, oltre alle linee guida per un piano di marketing operativo, lo studio offre un budget degli investimenti necessari alla gestione del centro, insieme ad un budget triennale di gestione, quale strumento utile per accompagnare la fase di start up dello spazio.

Come detto, questo lavoro di ricerca ed elaborazione dello studio di fattibilità deve essere preceduto da un lavoro di analisi sia sulla eventuale documentazione già presente (ad esempio relativa allʼiter di questi centri), sia di ricerca di definizioni e buone prassi inerenti questi spazi, che possano fungere da modelli di confronto. Ma non solo: incontri ed interviste ad hoc, sono le modalità tipiche di lavoro, che prevede incontri/confronti costanti con i committenti e le realtà coinvolte, per la validazione delle ipotesi e/o la

successiva modifica/integrazione.

Infine, ultimo step di questo lavoro, sono i momenti pubblici di divulgazione dei risultati.

2.1 Obiettivi

Obiettivi specifici della fase di ricerca e studio di fattibilità sono:

  • a livello generale, se si tratta di spazi giovanili, applicare nel contesto locale le linee guida degli di “matrice europea” secondo quanto contenuto nei principali e recenti testi normativi in materia di gioventù;
  • se si tratta di spazi “ a vocazione indecisa”, seguire i criteri e linee guida delle progettazioni di riuso / rigenerazione contenute nella letteratura più innovativa  in materia di rigenerazione / riuso;

– individuare – facendo emergere desideri e bisogni locali, tramite la ricerca sociale – l’identità/mission (o “vocazione”) dello, “costruirla” in un percorso di condivisione, comunicarla e renderla comprensibile alla comunità locale (giovani e non solo);

– predisporre, a questo fine, un adeguato piano di marketing e comunicazione;

– elaborare uno studio di fattibilità individuando le condizioni di equilibrio tra sostenibilità economica (budget triennale di gestione e di investimenti) ed utilità sociale dello specifico centro, le relative linee guida di un piano marketing e quelle per un procedimento amministrativo utile allʼindividuazione di un soggetto gestore. La gestione dello spazio, ai fini stessi dellʼefficienza economica, dovrà essere caratterizzata dal costante coinvolgimento dei soggetti ospitati e di nuove proposte, ottenendo valore economico dai processi aggregativi.

Il tutto parte da una fase di studio dei documenti istitutivi o storiografici dei progetti di realizzazione già redatti dalle realtà locali e/o dallʼanalisi di ricerche ad hoc già disponibili.

2.2 Precisazioni necessarie

Lʼapproccio metodologico adottato tende ad essere “generativo” ovvero punta a determinare un equilibrio più virtuoso tenendo conto da una parte del calo progressivo di risorse pubbliche da dedicare e dallʼaltra delle potenzialità e capacità di generare flussi di ricavi ed appropriate economie di scala da affidare a profili gestionali di tipo imprenditoriale.

Ne risulta automaticamente che lʼanalisi degli spazi, delle funzioni da introdurre, degli usi da adottare porti sempre a risultati diversi da quelli per i quali erano stati progettati. Ciò avviene non solo con le strutture le cui funzioni originarie sono cessate, modificate e trasferite in altre sedi, ma anche con contenitori nuovi, di recente e qualificata costruzione, dove le destinazioni dʼuso erano di fatto già riconducibili in tutto o in parte a quelle della nuova vocazione.

Nella conduzione di uno studio di fattibilità e nella gestione del dialogo con lʼente committente ci si trova di fronte a due modelli molto diversi: quello del passato che postulava la capacità del soggetto pubblico di gestire la struttura secondo una specifica visione pianificata e programmata e quello del presente che tenta invece di innescare meccanismi di “leva” economica in tutto o in parte finanziati da soggetti utilizzatori e /o gestori degli spazi.

Nonostante questa diversità di presupposti, lʼesigenza di modifiche agli organismi edilizi solitamente viene ipotizzata a livelli minimi e strettamente indispensabili (anche per il massimo contenimento dei costi), per fattori variegati quali principalmente:

• lʼadeguamento normativo necessario per lʼintroduzione di alcuni funzioni generatrici di reddito (es. il bar e servizi igienici connessi);

• lʼintroduzione di funzioni speciali tipicamente collegate ai target di nuovo pubblico che si intende coinvolgere (es. gli universi giovanili e non sempre presenti nei programmi funzionali originari, ad es. spazi per laboratori ed attività artistiche ed espressive in genere,

skatepark, sale prove musica, ecc.);

• la valorizzazione di alcune soluzioni spaziali di particolare appeal spaziale o emozionale: soppalchi, visuali, rapporto interno/esterno, verde, elementi di design, colori, ecc.;

• conferimento di elasticità e flessibilità ad alcuni specifici comparti del complesso edilizio, anche in termini di arredi e funzionalità varie;

• particolari esigenze di dimensionamento collegata al raggiungimento di standard funzionali o target prestazionali indispensabili per gli specifici obiettivi gestionali.

Si tenga anche conto che proprio in quanto studi di fattibilità, lʼanalisi dello stato dei luoghi e degli spazi avviene attraverso sopralluoghi ed analisi degli elaborati grafici di progetto. Da questo punto di vista, le soluzioni proposte possono essere suscettibili di insufficienti approfondimenti di tipo strutturale e impiantistico. È quindi opportuno ricomprendere prima o durante lʼelaborazione degli studi di fattibilità momenti di confronto con, a seconda dei

casi, i progettisti, i manutentori o i detentori della memoria storica della costruzione e dei luoghi. Partendo dalla condivisione di dati e informazioni ed assicurando un buon livello di dialogo tra i vari portatori di conoscenze si possono ottenere i migliori risultati. Infine, anche lʼanalisi ed i budget delle soluzioni tecniche proposte in riferimento ad arredi ed attrezzature, deriva da elementi di altre realtà che già hanno adottato quanto proposto e che sono comunque comparabili con quelle oggetto di studio. Di conseguenza, tutte le

soluzioni proposte devono poi essere oggetto di approfondimento in sede di acquisto.

3 L’accompagnamento allo start up

In questo ambito, è utile prevedere un accompagnamento formativo/consulenziale alle fasi di start up del centro giovani, con il coinvolgimento attivo delle persone responsabili dellʼorganizzazione che si occupa della gestione, gli operatori, gli “attivi”, altro personale

professionale, referenti istituzionali. Il percorso formativo è molto calato nella situazione e prevede metodologie di apprendimento attivo, sperimentazioni, visite guidate, bench marking, innovazione sociale per arrivare ad una gestione di “successo” di un nuovo modello di centro giovani, su base delle recenti indicazioni europee in materia di gioventù.

3.1 Il contesto

Uno spazio giovani (nuovo o che si rinnova) in fase di avvio, affronta una serie di tappe delicate in quanto incidono e connotano le fasi ed i tempi successivi dello sviluppo del centro.

I requisiti base per il successo nella fase dellʼavvio di uno spazio sono lʼalta partecipazione di cittadini (e/o giovani) – fin dalla fase iniziale – ed una start up giovanile o una organizzazione “matura” in grado di garantire gli aspetti fiscali/gestionali/amministrativi, oltre che alla presenza attenta delle istituzioni.

La presenza contemporanea di questi elementi è il punto di partenza per lʼavvio degli spazi: la sfida è che da queste premesse nasca un progetto operativo gestionale che porti a garantire lʼapertura e lʼavvio del nuovo spazio o nel più breve tempo possibile, definendone anche aspetti di microprogettazione, quali la scelta di arredo ed attrezzatura, programmazione, attività, comunicazione, apertura, nuove azioni sperimentali, ecc.

Lʼipotesi base è che lʼavvio avvenga fin da subito con il coinvolgimento di operatori professionisti, giovani attivi e responsabili istituzionali.

Di conseguenza gli attori coinvolti in questo progetto sono i giovani stessi, gli operatori dellʼorganizzazione che ha la mission di avviare il centro, i responsabili istituzionali delle Amministrazioni coinvolte.

Il progetto si articola su un doppio binario:

– lʼaccompagnamento allʼavvio del centro (con supervisione anche nellʼattrezzaggio, marketing e comunicazione, microprogettazione, supervisione alla fasi gestionali)

– percorso formativo parallelo impostato sullʼacquisizione di conoscenze e competenze relative alla gestione di un centro giovani, alla assunzione di un ruolo, alla condivisione di obiettivi e finalità comuni.

Il percorso formativo prevede quindi momenti dʼaula comuni ed “assetti variabili”, visite guidate ad altre esperienze con alcune sperimentazioni in situazione, bench marking.

I contenuti del percorso devono essere veramente innovativi:  ed il progetto formativo prevede quindi che sia garantito un accompagnamento ed una formazione allo start up di questi spazi, affinché diventino “luoghi” significativi per la comunità locale (a partire dai giovani), con un forte ruolo di “attrattore” per le nuove generazioni, unito a quelle capacità di progettazione che sanno cogliere le innovazioni di cui i giovani (e/o gli start uppers sociali e culturali) sono naturali “portatori” e che vengono richieste a chi “sa stare” ogni giorno con loro.

Va quindi tradotta in nuova progettualità tutta la “freschezza e l’attualità”, le novità, le mode, le innovazioni, i bisogni e desideri che si colgono in questi percorsi di partecipazione. Si vede come oggi i tempi sono maturi affinché le comunità locali, i territori, si impegnino invece a gestire situazioni di crisi e difficoltà, sapendo recuperare risorse e valori, per costruire nuovi “beni comuni”, attualizzando le domande ed organizzando risposte in modo innovativo ed al tempo stesso sostenibile, prevedendo – per questi luoghi – anche un investimento iniziale, un piano di rientro e sviluppando al contempo una funzione di “fund raising” locale.

3.2 Le attività da realizzare

Le attività da realizzare riguardano momenti formativi e consulenziali al gruppo, seguendo lʼavvio del centro, dalle prime fasi pre apertura, fino allʼinaugurazione ed allʼavvio. Questa supervisione riguarda il team di cui si è detto prima.

Il percorso formativo è basato su “assetti variabili” e, prevedendo anche momenti di visite, la partecipazione varia a seconda dei temi trattati, pur mantenendo il nucleo di partecipanti legati alla consulenza, attorno al quale – in questa fase formativa “non convenzionale” – possono appunto ruotare altri start uppers, operatori, referenti di istituzioni.

Il percorso si articola in un numero contenuto di incontri ed in breve lasso di

tempo (ad es. 12 incontri in sei mesi) sei mesi.

3.3 Contenuti del percorso di accompagnamento allʼavvio di un nuovo

spazio

Il team di lavoro che si occupa di un percorso di questo tipo, deve comprendere formatori con competenze diverse, dallʼanimazione sociale alla cultura, dalla creatività al welfare. I contenuti in relazione alle fasi sono:

Microprogettazione

> Individuazione del luogo: caratteristiche interne e localizzazione

> Il business plan, il budget dellʼinvestimento, la sostenibilità ed il punto di pareggio

> Realizzazione dello spazio: progettazione interna e co-progettazione con il territorio

> Attrezzature tecniche, strumentazioni ed allestimento interno

> Il marketing degli spazi rigenerati: il valore del brand, l’investimento in comunicazione e promozione ed obiettivi di ritorno sullʼinvestimento

> Naming, arredi, colori, lay out, attrezzature da interni (e da esterni) da prevedere nella progettazione egli spazi giovanili. La tecnica del “rendering” condiviso e le professionalità da coinvolgere

> I ruoli, le funzioni ed i compiti per la gestione dello spazio. L’avvio e la gestione

> La formula di gestione: diretta, concessione e partnership con altre

organizzazioni.

> Dall’avvio all’evento di inaugurazione, dalla progettazione dello spazio, alla programmazione delle attività

> Processi di comunicazione e creazione di valore nella progettazione e sviluppo di spazi giovanili: ricerca di visibilità nella comunità locale

> Informazione e comunicazione, tra free cards e social networks

> La stima dei costi e degli investimenti in promozione e comunicazione, nelle varie fasi di sviluppo dello spazio

> Costruire reti di partnership, dalla comunità locale all’Europa, e con le realtà già presenti. La ricerca del coinvolgimento e della partecipazione diretta, dall’aggregazione al lavoro.

> Fund raising, crown funding, locale, marketing e Pubbliche relazioni a sostegno degli spazi giovanili nella comunità locale

> Finanziare la rigenerazione: opportunità nazionali, europee e locali. Il ruolo ed i finanziamenti dei programmi europei. La funzione di “fund raising” locale. Il ricorso al microcredito ed al prestito diffuso

> Entrare e stare nelle reti di spazi giovanili: costi e ritorno sugli investimenti. Verifica e valutazione

> Riprogettare spazi ed interventi generativi di utilità sociale e di risorse economiche

> La definizione e la valutazione valore sociale ed economico creato

> La valutazione come processo di attribuzione di significato, come momento di condivisione e riprogettazione.

NUOVI APPROCCI CERCASI

Rispetto alla reiterata “Battuta d’arresto per l’economia italiana: nel secondo trimestre Pil invariato”, senza volere scivolare nel pessimismo militante, serve concentrarsi su proposte e approcci alternativi. Interessanti da questo punto di vista le “tre proposte per evitare la catastrofe“ di Francesco Cancellato su linkiesta, ma ci sarebbero altre decine di “componenti semplici” per promuovere importanti cambiamenti  secondo nuovi meccanismi generativi e incrementali . Tra questi certamente il RIUSO TEMPORANEO E/O CREATIVO DI SPAZI ABBANDONATI che può essere davvero una grande opportunità a vari livelli. Si è già avuto modo di sottolineare in molte circostanze come: “Vista la grande disponibilità di spazi ed il forte interesse di target specifici al loro riuso, nasce l’ipotesi di facilitare l’incontro tra quei beni immediatamente disponibili (tra i complessivi 1,5 milioni, con particolare riguardo a quegli spazi che NON richiedono grossi investimenti, ma molto più semplicemente un nuovo approccio culturale e soprattutto “mentale” del tipo “More with less”) e la specifica domanda finalizzata a riempire anche solo una parte di essi, con idee e talenti legati a progetti artistici, creativi, culturali e sociali. Garantire questo “matching” tra domanda ed offerta può contribuire alla rinascita delle periferie delle città, innescando nuovi percorsi creativi. Riusare anche solo il 3% de questo capitale inagito del Paese favorendo l’avvio di attività lavorative in ambito artistico/culturale di almeno due giovani, contribuirebbe ad una riduzione significativa della disoccupazione giovanile (dal 5 al 10%). Si tratterebbe di una vera e propria manovra economica low cost, “anticiclica”, che nasce dal basso. E sarebbe la più grande in Europa… “. POTREBBE DIVENTARE UN AUGURIO DI FERRAGOSTO.

RIUSIAMO L’ITALIA!

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Riusiamo l’Italia: cosa succede in città

Schermata 2016-08-03 alle 14.29.37Le lettura del “Reader” dell’Osservatorio on line sul riuso degli spazi dismessi (lo strumento che seleziona, ordina e raccoglie le news in materia), continua presentare una serie di tematiche connotate in negativo ed alcune novità. In questo terzo articolo, si conferma come già evidenziato sia nel primo che nel secondo, una tendenza connotata fortemente da continui episodi di cronaca nera legati ad edifici abbandonati (violenze, omicidi, spaccio, vandalismo, furti, incendi, amianto, degrado, coltivazioni di cannabis, vagabondaggi). E, proprio a partire dai territori e dalle città, quella del riuso sta diventando, sempre più una questione politica: non è infatti un caso il successo dei re-twitt della campagna legata all’iniziativa di legge dei “Cinque stelle” sul recupero dei beni abbandonati. Il tema del riuso, si collega direttamente a quello del consumo di suolo: l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (ISPRA), dice che si è passati da 7 metri quadri al secondo di suolo cementificato a 4 metri al secondo, una riduzione della velocità dovuta solo agli effetti della crisi dell’edilizia di questi anni. Nel nostro Paese vi sono Comuni che hanno dal 65 al 90 per cento del loro territorio già cementificato. E dei Comuni che hanno aumentato del 35/70 % il territorio cementificato negli ultimi 5 anni. L’ISPRA ha stimato in 800 milioni di euro il danno patrimoniale che ogni anno i cittadini subiscono in termini di servizi naturali ed ecosistemici. Si tratta di servizi essenziali che non sempre sono immediatamente percepiti: si stima però che valgano circa 55mila euro all’anno per ogni ettaro di terreno consumato e che riguardano ad esempio la perdita della produzione agricola, lo stoccaggio del carbonio, la protezione dall’erosione e dal rischio idraulico, fino anche all’assenza di impollinatori. Solo per la regolazione del microclima urbano (ad un aumento di 20 ettari per km2 di suolo consumato corrisponde un aumento di 0.6°C della temperatura superficiale) è stato stimato un costo che si aggira intorno ai 10 milioni all’anno.

La questione politica di una legge sul riuso di spazi dismessi è in agenda anche in Svizzera, nel Canton Ticino, dove vi sono 1’120 edifici dismessi, che corrispondono ai metri quadrati edificati della Città di Bellinzona.

Tornando in Italia, è evidente il ruolo che la “mano pubblica” può dare per favorire l’azione di riuso degli spazi legati ad una loro valorizzazione, ad esempio attraverso i fondi diretti per le città (si parla di 100 miliardi di euro in arrivo) oppure con la seconda edizione del bando Valore Paese Fari promossa dal Demanio, che promuove – con Italia camp – un’azione di trasformazione di edifici vuoti in luoghi per start up (ci sono 240 caserme non utilizzate). L’azione pubblica si fa avanti anche con l’approvazione del “Piano Strategico per il turismo” del Mibact, il primo ministero economico italiano, (secondo Franceschini) perché grazie ad indotto ed effetti positivi per il made in Italy, il turismo può essere la leva principale per la ripresa economica del Paese. Sempre grazie al Mibact, è stato approvato il Decreto che prevede l’utilizzo di edifici dello Stato per la realizzazione di centri dedicati all’arte, alla musica, alla danza e allo spettacolo. Altra azione pubblica, a livello regionale, in Campania, è il protocollo della rete “Borghi abbandonati”, per favorire la valorizzazione di questi luoghi. A livello locale, suscita clamore la mozione approvata dal Comune di Livorno (Cinque Stelle) sulla “requisizione temporanea con motivazione di urgenza umanitaria per l’emergenza abitativa, degli immobili pubblici e privati che sono inutilizzati”.

In questi anni, il mercato immobiliare registra una difficoltà nella ripresa delle vendita fatica ancora superiore per quelli in stato di abbandono. Emblematico il caso delle aste pubbliche, dove i prezzi sono stati fissati in una fase di pre-crisi (a Cecina un hotel è arrivato all’ottava asta, con valore sceso di un terzo). Un mercato immobiliare che viene “mosso” però anche grazie ad azioni innovative, per esempio, a Roma, quella della piattaforma City-Hound che mette in contatto domanda e offerta per la trasformazione temporanea degli spazi urbani sottoutilizzati.

Rispetto a nuove tendenze, vi sono alcune operazioni di recupero di immobili dove la funzione originaria (di Chiesa, cantiere, scuola) è stata riconvertiva in quella di hotel. Sempre sull’onda del fascino degli spazi abbandonati, sono di interesse i reportage sui “ruderi dell’industria italiana” e sulle dimore infestate da fantasmi.

Interessante è anche il “riuso” della funzione originaria della terra, nel progetto, a La Spezia, “Onda d’orto”.

In conclusione merita un approfondimento il rapporto tra video games e spazi, a partire dal fenomeno di Pokemon go, che sempre più spesso trova casa in luoghi pubblici ed in quelli abbandonati (in particolare a Consonno, l’ex “paese dei balocchi”). Ma non solo Pokemon: infatti, sia i prossimi Hunger Games, che una serie di nuovi giochi post apocalittici hanno come scenari quelli di edifici in stato di abbandono, così come Fallout Shelter – nella versione aggiornata – e King of fighters 14, tutte con la loro colonna sonora underground.

 

giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it

 

NASCE L’OSSERVATORIO SUL RIUSO DEGLI SPAZI ABBANDONATI

“Non serve cercare dati altrove, internet offre un bacino illimitato di opinioni, si tratta solo di sapere come cercarle ed utilizzarle al meglio, governando le funzioni di ricerca e comunicazione” [Dario Manuli, Product Strategy di Roialty]. L’interesse verso qualunque tema oggi può essere non solo ricercato e rilevato, ma anche misurato attraverso modalità on line. Ci accorgiamo di quanto la pubblicità, ad esempio, si avvale costantemente di questi flussi di informazioni… Infatti, come molte altre attività che hanno risvolti sociali, anche la ricerca sul tema è nata nel mondo profit (nella forma della indagine di mercato) per rilevare preferenze, interessi, temi dibattuti con maggior frequenza e gusti delle persone. Tutto ciò, con l’avvento del 2.0, dei social e dei “Big data”, assume coordinate diverse, ben più potenti, tanto che il societing – più del marketing – sembra essere la nuova disciplina utile a comprendere innovazioni e tendenze.
Il web è oggi “vita reale”, dunque non una “second life”: infatti, nella normalità dei casi, tanto sul web, che “dal vivo”, si condividono gli stessi pareri, si fanno acquisti, ci si informa, si guardano musica e film, si fanno pagamenti, si comunica e si partecipa alla vita culturale e sociale. Condividere, esprimere pareri ed apprezzamenti (dai “mi piace” agli “emoticons”), partecipare a discussioni on line, sono quotidfianità; le informazioni che vengono pubblicate in rete sono tracciabili e rintracciabili, misurabili e valutabili.
Come detto, questi strumenti di “social intelligence” sono già ben utilizzati dalle imprese profit. Trasferire queste modalità di ricerca anche in ambito sociale, permette di ottenere molte indicazioni progettuali e operative, tendenze, ”sentiment” sulle questioni. Così oggi “Riusiamo l’Italia” ha voluto sperimentare questi strumenti proprio sul tema degli spazi vuoti e della rigenerazione urbana, sviluppando un Osservatorio on line su questi argomenti, utilizzando piattaforme di social intelligence realizzate ad hoc da  Bewe e Roialty e che si appoggiano sul web costruito da Leonardo . Queste piattaforme permettono il web monitoring (cioè l’analisi delle conversazioni on line su oltre 3,5 milioni di fonti), per analizzare quanto si parla di un tema, come se ne parla, dove e a cosa viene maggiormente correlato.
Questa modalità di lavoro ha permesso lo sviluppo di una partnershipcon il mondo profit, con la multinazionale PPG/Univer con cui si è dato vita all’ambiente formativo dell’Università del Riuso, per favorire percorsi di apprendimento su questi temi.
Nello specifico della ricerca, dal “Readers” dell’Osservatorio emerge che anche in questi ultimi 10 giorni, si è parlato in modo approfondito di riuso, così come già emerso nell’articolo di inizio luglio. Molte le news rilevanti, in diversi ambiti, a partire da quello istituzionale. La questione del riuso è arrivata infatti alle istituzioni, tanto da essere oggetto di due disegni di legge: uno sull’autorecupero di immobili abbandonatipresentato dai Cinque Stelle alla Camera, l’altro, presentato da Forza Italia al Senato, per destinare immobili dismessi a start-up.  Vi è anche un Decreto del Mibact per la trasformazione di caserme in residenze artistiche, da affittare a non più di 150 euro al mese.
Nei Comuni, a Napoli, il tema è oggetto della contestata delibera del Sindaco De Magistris che regola l’uso degli immobili di proprietà dell’Ente, in quanto “beni comuni”. Gli stessi temi, a metà luglio, verranno dibattuti a Foggia in una due giorni e ad Imperia. Invece il tema della valorizzazione è promosso in Toscana, dove la rigenerazione incontra la “finanza”, a partire dal recupero di patrimoni di pregio, vuoti. Sempre dalla Toscana, la news di un borgo abbandonato (v. più avanti), divenuto ora “eco villaggio”.
Un tema molto sentito on line è quello degli spazi vuoti immediatamente riusabili: c’è sia un Decreto del Ministro Del Rio sugli alloggi sfitti, che l’azione di CittadinanzAttiva sul censimento per il recupero di spazi disponibili vuoti. Non solo: molto interessante l’azione di recupero dei teatri attivati dalla Regione Lazio e, sempre in ambito culturale, la candidatura di Palermo a capitale della cultura a partire dal recupero di alcuni luoghi simbolo della città.

La dimensione del “vuoto” viene sempre sottolineata dal web, sia nelle “aree interne” che in quelle urbane. Si parla infatti di 1.500 borghi abbandonati, con 1,26 mln di edifici, e di ben 5.000 “paesi fantasma”. Nelle città, il caso emblematico è a Milano dove, pur essendo invenduto il 50% di ciò che è stato costruito, si procede comunque nell’azione di consumo di suolo. Stessa questione a Lucca. Non solo: anche le Scuole chiudono e calano di numero: 100 in meno il prossimo anno. Infine, nel 2016, sono ben 838 le infrastrutture pubbliche incompiute, 90 delle quali in Campania e 116 in Sicilia.

Continuano costantemente episodi di cronaca legati a spazi dismessi ed abbandonati, che portano a sviluppare un “sentiment” fortemente negativo per le situazioni di degrado che lì vengono generate. I casi emblematici vanno da Bari a Vigevano, così come le questioni di salute pubblica a Terni, amianto a Senigallia, le paure a Erba, i crolli a Salerno, le demolizioni a Brescia, i “rave” a Cremona. Negative sono sempre anche le situazioni legate a opere oggetto di fallimento, abbandonate da anni, che spesso assumono la forma di “ecomostri”: un esempio rilevato in questi giorni è quello di Villasanta  (MB). Riprendersi uno spazio sportivo, è stata un’azione tra protesta e diritto di cittadinanza, a Pisa, sui campi sportivi chiusi perché dichiarati inagibili dalla Provincia.

Tutto ciò per dire che il tema del riuso ha diverse sfaccettature, che il web coglie puntualmente e bene. Rimane il fatto (vedi Figura) che il vuoto ha comunque un sentiment complessivamente negativo, viste le questioni descritte in precedenza, molto legate ad emozioni, a partire dalla paure, che sono preponderanti. E’ anche vero che si registra la percentuale più alta di sentiment positivo sui social, dove l’interazione è potenzialmente maggiore. Come dire: se se ne parla, si creano nei dibattiti, arrivano idee, proposte, buone prassi, soluzioni.

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giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it

Fonte: http://www.ilgiornaledellefondazioni.com/content/nasce-l’osservatorio-sul-riuso-degli-spazi-abbandonati

 

Sul ruolo delle rovine nel contemporaneo: tre riferimenti

Una semplice associazione di idee che prende spunto dal senso di “rovina” che affligge il mondo con l’escalation di fatti drammatici degli ultimi giorni: Brexit, stragi, attentati, rivolte interrazziali, colpi di stato, gesti folli, schizofrenia diffusa. Che sta succedendo? Come ne usciamo? C’è una relazione tra la “rovina” politica, culturale di un modello di civiltà in declino e le “rovine” materiali del suo vasto patrimonio abbandonato? C’è forse una chiave attraverso cui, affrontando le seconde, si possono trovare soluzioni alla crisi della prima? Difficile dare risposte certe. Ci si limita a qualche spunto per riflettere attraverso tre riferimenti liberi, aperti e molto diversi tra di loro.

Il primo: Mauro Pagani ha appena realizzato un nuovo brano funk da titolo The big man ispirato a Donald Trump. Il Musicista ha commentato questa scelta sul fatto di non riuscire a rimanere indifferente di fronte alla possibilità che diventi l’uomo più potente al mondo. Il testo utilizza parole pronunciate da Donald Trump e nel videoclip un suo sosia si alterna alle scene con l’autore e, non a caso, nella sgangherata cornice di una grande fabbrica abbandonata.

Il secondo: il pittore francese Robert Hubert (Parigi, 1733 –1808) che i contemporanei avevano soprannominato “Robert des ruines” viene quest’anno celebrato  con un’importante e approfondita rassegna.  Oltre 140 tra i suoi dipinti, disegni e stampe di rovine, prima esposti al Louvre, poi alla National Gallery di Washington (fino al 2 ottobre) con una mostra ricca e articolata, definita quasi un catalogue raisonné. Tra i commenti più ricorrenti quelli che accennano a un peintre visionnaire, non incline alla commiserazione, nonostante i numerosi paesaggi di distruzioni e catastrofi che caratterizzano le sue rappresentazioni. Hubert non perde mai humour e ironia nella consapevolezza che la sua epoca  aveva imparato a riconoscere il fascino dalle rovine, nell’idea che “tutto passa, tutto perisce” (l’immagine è quella del suo dipinto raffigurante “Il ritrovamento di Laocoonte”).

Il terzo: deriva dalla lezione di Marco Casagrande, architetto visionario e rivoluzionario che nonostante vari riconoscimenti internazionali non ha ancora raggiunto l’influenza che meriterebbe grazie suo innovativo approccio basato sulla contaminazione tra l’architettura e altre discipline dell’arte, della scienza e dell’ecologia. La sua teoria di Città di Terza Generazione vede la condizione urbana post industriale come una macchina rovinata dalla natura umana e gli architetti come sciamani che meramente interpretano ciò che viene trasmesso dalla natura più grande del pensiero condiviso ( Marco Casagrande: Cross-over Architecture and the Third Generation City Epifanio 9, 2008).

In questo im-possibile dialogo a distanza nello spazio e nel tempo tra un musicista, un pittore e un architetto, forse qualche traccia di verità per l’esplorazione di un futuro migliore, senza rinunciare alla lezione di ironia e di disincanto che sembrerebbe essere una caratteristiche di tutti e tre.

RIUSIAMO L’ITALIA!

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Osservatorio on line sul riuso:evidenze e sentiment sul tema

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Il web non è solo un luogo di ricerca di informazioni, ma sempre di più un luogo di informazioni utili per la ricerca. “Riusiamo l’Italia” ha sviluppato un Osservatorio on line su questi temi, usando piattaforme di social intelligence realizzate ad hoc da  Bewe e Roialty e che si appoggiano sul web costruito da Leonardo  . Queste piattaforme hanno molte funzioni: tra questa – utilissima – un reader di news dedicate al tema. Poi la possibilità di misurare il sentiment su questo aspetti.Qualche dato rilevato in quest’ultimi giorni (dal 25 giugno ad oggi).

Partiamo dal tema: quantitativamente è rilevante ed impatta in modo forte sui territori: le fabbriche abbandonate sono 1.000 in provincia di Treviso ed i capannoni vuoti  1.500 in provincia di Novara . Emergono alcuni casi emblematici: i grandi hotel a Varese, a San Pellegrino, uno zuccherificio nel catanese, una cascina nella pianura padana.

Il riuso è una pratica che avanza e le buone prassi di moltiplicano, dai sette capannoni a Reggio Emilia, all’arte urbana a Firenze, dalla nuova “factory” di Soverato, ai ragazzi che recuperano un quartiere imparando un lavoro a Bari. Sempre più diffuse le pratiche di riuso temporaneo, da quelle di un borgo abbandonato perché bombardato durante la seconda guerra mondiale nel Lazio all’incontro per un grande gioco a Senigallia in un ex Ospedale psichiatrico, fino ad un festival in Molise.

Presentato  in settimana anche un disegno di legge sul riuso di spazi a favore di start up ed anche – in ambito musicale – un nuovo video a Crotone sui beni culturali.

Prevalgono però i problemi generati dallo stato di abbandono degli spazi dismessi: igiene pubblica (“ratti giganti” a Udine), incendi a Sesto SG e Anzioeternit a Montecatini, furti a Bagheria e Rimini, dove emerge anche il degrado urbano. Fenomeni di ordine pubblico (i rave a Bologna), criminalità e malvivenza a Torinoinquinamento da polveri a Palermointegrazione religiosa a Spilimbergo. Emerge anche il tema delle opere pubbliche incompiute, da Porto Torres a Mantova, con una accusa di programmazione sovrastimata di abitazioni rispetto alla popolazione.

Tutto ciò dà conto come il fenomeno sia ben presente sui territori, diffuso su tutto il Paese,  generi sia buone prassi, ma anche un “sentiment” negativo visti i tanti e troppi problemi che il vuoto provoca negli abitanti (vedi figura sopra). Il web oggi registra quindi più paure che speranze legate al vuoto, che invece genera fiducia quando viene riempito di idee, cultura, arte, incontri, rigenerazione civile… Una bella indicazione da seguire nei prossimi anni.

giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it