UN’ITALIA DA RIFARE?

Malgrado si sia data le leggi migliori del mondo, oggi l’Italia maltratta l’arte: è stranamente diventata un Paese ignorante e regredito dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente. È dunque necessario che sia il mondo a difendere il patrimonio artistico e naturale dell’Italia?[1]

L’inquietante interrogativo posto da Salvatore Settis sembrerebbe diventare in molti casi la chiave di lettura attraverso cui valutare alcune tra le più recenti trasformazioni territoriali, spesso nell’indifferenza generale. Il caso rappresentato dalla fotografia (quella con i numeri da 1 a 4) ci sembra emblematico. Si tratta di un frammento di territorio, dove in sé e per sé non vi è nulla di particolarmente eclatante, se non come parte di un tutto più grande ed importante, di un continuum epico, straordinario e specialissimo. La foto riproduce infatti uno scorcio del Canale Cavour in un punto della bassa pianura novarese posto a pochi chilometri ad ovest del capoluogo. Il “Cavour” è un canale artificiale costruito tra il 1863 e il 1866 a supporto dell’agricoltura (in particolare della coltura del riso) che trae origine dal Po a Chivasso (TO) e termina scaricandosi nel Ticino nel comune di Galliate (NO).

È un’opera che desta meraviglia per la perfezione costruttiva dovuta al magistrale impiego della muratura e per lo straordinaria armonia con cui è stata inserita nella pianura irrigua. Si può affermare senza dubbio che quest’infrastruttura rimane ancora oggi una delle più importanti opere di ingegneria idraulica del nostro paese.

Ecco dunque che quasi fossero le invarianti del declino italiano e del perverso rapporto con la bellezza, nella foto ci sono tutti gli ingredienti negativi di un paese–per usare ancora le parole di Settis- dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente.

Di seguito la descrizione degli elementi di devastazione in ordine di gravità crescente in corrispondenza dei numeri inseriti sulla foto citata.

  • Il malcostume. Sul sedime dell’alzaia è stato abusivamente riversato del materiale inerte, certamente un trasporto altrimenti destinato ad una discarica autorizzata, con la sola consolazione che poteva andar peggio, nel caso in cui vi fossero stati abbandonati anche rifiuti ingombranti o inquinanti.
  • Il delirio normativo. Da qualche anno qualche norma fantasiosa impone l’impiego di staccionate in legno per delimitare piste ciclabili anche quando di fatto queste non esistono e comunque in contesti dove le condizioni di rischio sono prossime allo zero. Si potrebbe dire allora che è molto più rischioso costeggiare un canale senza protezioni a Venezia, Amsterdam o Copenhagen. Situazioni dove esistono chilometri di percorso con il passaggio di milioni di persone al giorno e dove –ci risulta- vi sia un livello di cadute in acqua se non nullo del tutto trascurabile. Perché allora questa follia dei parapetti dove non passa quasi nessuno? Quanto è costato alla collettività questo originale quanto inutile investimento? Già oggi dopo pochi anni dalla realizzazione le staccionate sono in pessimo stato di conservazione, cosa succederà quando saranno consumate dall’usura del tempo e crollate? Chi le sostituirà? Oppure come ci si augura, ci sarà qualcuno che saggiamente si assumerà la responsabilità di non posarle mai più?
  • La bruttezza. In coerenza con i discutibili manufatti in cemento della linea Alta Velocità Torino – Milano, anche le cosidette “opere complementari” sono figlie della stessa mano, delle stesse disinvolte valutazioni di impatto, degli stessi “occhiali” con montatura in cemento precompresso. Ecco quindi che un banale ponte per un nuovo tratto di strada provinciale diventa l’orrore che interrompe la continuità materica, visuale e paesaggistica del Canale Cavour. Fosse l’unico caso, ma lungo il tracciato ce ne sono tanti altri come questo! Uno sfregio ad una meraviglia passato inosservato e incontestato (sic!).
  • L’occasione sprecata. Il nuovo ponte, oltre ad essere brutto, diventa anche un ostacolo formando un’imperdonabile interruzione alla continuità spaziale dell’alzaia. Di fatto se mai un giorno davvero dovesse realizzarsi la ciclabile lungo il canale Cavour, in questi punti cosa succederà? Viene rifatto il ponte più in alto? Viene abbassato il piano dell’alzaia per formare un sottopasso? Viene realizzato un attraversamento a raso complanare alla strada provinciale? Come verrà superato l’attuale dislivello? Che dire ancora? Con poco si poteva ottenere tutto, ovvero un ponte di mattoni o comunque armonizzato con i manufatti originali e una logica continuità lineare del percorso dell’alzaia. Quanto sarebbe costato farlo? Forse lo 0,01 % in più dei 55 milioni di euro al chilometro o forse una percentuale irrisoria delle opere inutili che si potevano anche realizzare diversamente (tipo la viabilità del casello Novara Ovest, solo per fare un esempio).

La foto in basso evidenzia dallo stesso punto di ripresa lo scorcio opposto. Come si nota la semplicità e la bellezza delle componenti naturali e artificiali offrono un intatto incanto paesaggistico, che consola per l’assenza del ponte a cui si è appena girate le spalle.

Sembra difficile concludere il ragionamento con tono diverso, se non quello della rabbia e dell’amarezza. Ma col motto RIUSIAMO L’ITALIA si vuole sempre dare una connotazione di speranza e di ottimismo e quindi si metta in conto che, qua e là, bisogna anche RIFARE L’ITALIA (almeno un po’).  Forse anche Cavour che nel 1865 pronunciò la famosa frase “L’Italia è fatta, ora facciamo gli Italiani”, rivedendo oggi il “suo” canale potrebbe dire che quest’Italia è da rifare.

RIUSIAMO L’ITALIA ! roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

[1] Salvatore Settis,  Il Giornale dell’Arte numero 324, ottobre 2012. Testo della conferenza «La tutela del patrimonio e del paesaggio in Italia: una lunga storia, una crisi di grande attualità» tenuta domenica 29 maggio 2012 al primo Festival di Storia dell’Arte nel Castello di Fontainebleau. Per un approfondimento: Salvatore Settis, Paesaggio Costituzione Cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Giulio Einaudi Editore, Torino 2010.

Un’Italia da rifare?

Un’Italia da rifare? di Roberto Tognetti

Malgrado si sia data le leggi migliori del mondo, oggi l’Italia maltratta l’arte: è stranamente diventata un Paese ignorante e regredito dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente. È dunque necessario che sia il mondo a difendere il patrimonio artistico e naturale dell’Italia?

L’inquietante interrogativo posto da Salvatore Settis (Il Giornale dell’Arte, ott. 2012) sembrerebbe diventare in molti casi la chiave di lettura attraverso cui valutare alcune tra le più recenti trasformazioni territoriali, spesso nell’indifferenza generale. Il caso rappresentato dalla fotografia (quella con i numeri da 1 a 4) ci sembra emblematico. Si tratta di un frammento di territorio, dove in sé e per sé non vi è nulla di particolarmente eclatante, se non come parte di un tutto più grande ed importante, di un continuum epico, straordinario e specialissimo. La foto riproduce infatti uno scorcio del Canale Cavour in un punto della bassa pianura novarese posto a pochi chilometri ad ovest del capoluogo. Il “Cavour” è un canale artificiale costruito tra il 1863 e il 1866 a supporto dell’agricoltura (in particolare della coltura del riso) che trae origine dal Po a Chivasso (TO) e termina scaricandosi nel Ticino nel comune di Galliate (NO).

È un’opera che desta meraviglia per la perfezione costruttiva dovuta al magistrale impiego della muratura e per lo straordinaria armonia con cui l’opera è stata inserita nella pianura irrigua. Si può affermare senza dubbio che quest’infrastruttura rimane ancora oggi una delle più importanti opere di ingegneria idraulica del nostro paese. Ecco dunque che quasi fossero le invarianti del declino italiano e del perverso rapporto con la bellezza nella foto ci sono tutti gli ingredienti negativi di un paese–per usare ancora le parole di Settis- dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente. 

Di seguito la descrizione degli elementi di devastazione in ordine di gravità crescente in corrispondenza dei numeri inseriti sulla foto citata.

1- Il malcostume. Sul sedime dell’alzaia è stato abusivamente riversato del materiale inerte, certamente un trasporto altrimenti destinato ad una discarica autorizzata, con la sola consolazione che poteva andar peggio, nel caso in cui vi fossero stati abbandonati anche rifiuti ingombranti o inquinanti.

2- Il delirio normativo. Da qualche anno qualche norma fantasiosa impone l’impiego di staccionate in legno per delimitare piste ciclabili anche quando di fatto queste non esistono e comunque in contesti dove le condizioni di rischio sono prossime allo zero. Si potrebbe dire allora che è molto più rischioso costeggiare un canale senza protezioni a Venezia, Amsterdam o Copenhagen. Situazioni dove esistono chilometri di percorso con il passaggio di milioni di persone al giorno e dove –ci risulta- vi sia un livello di cadute in acqua se non nullo del tutto trascurabile. Perché allora questa follia dei parapetti dove non passa quasi nessuno? Quanto è costato alla collettività questo originale quanto inutile investimento? Già oggi dopo pochi anni dalla realizzazione le staccionate sono in pessimo stato di conservazione, cosa succederà quando saranno consumate dall’usura del tempo e crollate? Chi le sostituirà? Oppure come ci si augura, ci sarà qualcuno che saggiamente si assumerà la responsabilità di non posarle mai più?

3- La bruttezza. In coerenza con i discutibili manufatti in cemento della linea Alta Velocità Torino – Milano, anche le cosidette “opere complementari” sono figlie della stessa mano, delle stesse disinvolte valutazioni di impatto, degli stessi “occhiali” con montatura in cemento precompresso. Ecco quindi che un banale ponte per un nuovo tratto di strada provinciale diventa l’orrore che interrompe la continuità materica, visuale e paesaggistica del Canale Cavour. Fosse l’unico caso, ma lungo il tracciato ce ne sono tanti altri come questo! Uno sfregio ad una meraviglia passato inosservato e incontestato (sic!).

4- L’occasione sprecata. Il nuovo ponte, oltre ad essere brutto, diventa anche un ostacolo formando un’imperdonabile interruzione alla continuità spaziale dell’alzaia. Di fatto se mai un giorno davvero dovesse realizzarsi la ciclabile lungo il canale Cavour, in questi punti cosa succederà? Viene rifatto il ponte più in alto? Viene abbassato il piano dell’alzaia per formare un sottopasso? Viene realizzato un attraversamento a raso complanare alla strada provinciale? Come verrà superato l’attuale dislivello? Che dire ancora? Con poco si poteva ottenere tutto, ovvero un ponte di mattoni o comunque armonizzato con i manufatti originali e una logica continuità lineare del percorso dell’alzaia. Quanto sarebbe costato farlo? Forse lo 0,01 % in più dei 55 milioni di euro al chilometro o forse una percentuale irrisoria delle opere inutili che si potevano anche ealizzare diversamente (tipo la viabilità del casello Novara Ovest, solo per fare un esempio).

La seconda foto evidenzia dallo stesso punto di ripresa lo scorcio opposto. Come si nota la semplicità e la bellezza delle componenti naturali e artificiali offrono un intatto incanto paesaggistico, che consola per l’assenza del ponte a cui si è appena girate le spalle.

Sembra difficile concludere il ragionamento con tono diverso, se non quello della rabbia e dell’amarezza. Ma col motto RIUSIAMO L’ITALIA si vuole sempre dare una connotazione di speranza e di ottimismo e quindi si metta in conto che, qua e là, bisogna anche RIFARE L’ITALIA (almeno un po’). Forse anche Cavour che nel 1865 pronunciò la famosa frase “L’Italia è fatta, ora facciamo gli Italiani”, rivedendo oggi il “suo” canale potrebbe dire che quest’Italia è da rifare.

RIUSIAMO L’ITALIA ! roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Il Riuso per la ripresa, ma in fretta

Il Riuso per la ripresa, ma in fretta di Roberto Tognetti

Un’idea semplice e di buon senso che tarda a essere supportata con nuove politiche di sostegno agli investimenti e allo sviluppo locale. La “fretta” di cui parla il presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti è un dato straordinariamente oggettivo e stringente: ma cos’altro si aspetta per intervenire? RIUSIAMO L’ITALIA!

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Un decalogo del riuso

Un decalogo per il riuso di Roberto Tognetti

Contributo per il XIII meeting italiano della Rete Città Sane. “Vuoti urbani? Rigenerazione delle aree pubbliche come opportunità di salute”. Genova, 2 e 3 Luglio 2015

  1. Inversione del rapporto contenitore e contenuto (il contenuto è in linea di massima più importante del contenitore, ovvero il contenitore senza contenuto perde in tutto o in parte la sua legittimazione di riuso)
  2. Tendenza a modificare e/o ribaltare la teoria del valore applicata agli immobili e ai luoghi abbandonati o sottoutilizzati (patrimonio da trasformare da “liability” ad “asset”)
  3. Necessità di socializzare il progetto (progettazione e/o pianificazione partecipata, co-progettazione, co-design)
  4. Il tempo è una variabile sempre più strategica e indifferibile. È indispensabile determinare in tempi brevi o brevissimi le forme di riuso temporaneo (definibile anche come “progetto dell’attesa”)
  5. Il “progetto” diventa “processo”: pur mantenendo una strategia forte e definita, evolve in paradigma fluido che si adatta alle circostanze. Le relative regole assurgono a codice del mutamento. Il cantiere da “mezzo” diventa in tutto o in parte un “fine”
  6. La partecipazione della comunità locale e/o di una o più comunità di interessi conferisce forza e vitalità al progetto
  7. Politiche pubbliche aperte e non impersonali (cittadinanza attiva, beni comuni, contaminazione tra rigenerazione urbana e socio-economica)
  8. Applicazione del principio “più usi meno paghi”, in termini etici, operativi e fiscali
  9. Utilizzo creativo dei titoli edificatori (la qualità e la bellezza come nuovo e unico “onere di urbanizzazione”). Riferimento al Costituto di Siena del 1309: fra li studii e solicitudini che procurare si debbono per coloro, che intendono al governamento de la città, è quello massimamente che s’intenda a la bellezza della città, perché la città dev’essere onorevolmente dotata et guernita, tanto per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini
  10. Semplificazione “vera” basata sulla sussidiarietà e non solo dichiarata. Poche regole su princìpi chiari. Si a riforme quadro, no a nuove leggi settoriali (in molti casi basta il codice civile e….. i 10 comandamenti)

Da Milano a Reggio Calabria, come ti riutilizzo il rudere

Un bell’affresco di vitalità quello descritto dall’articolo di Cinzia Gubbini su La Repubblica riguardante gli edifici abbandonati riportati a nuova vita per iniziativa di enti o privati cittadini. Con un censimento elaborato da Cittadinanzattiva Onlus attraverso il rapporto ‘Disponibile!’ (che sarà presentato a SpreK.O., Festa nazionale per la lotta agli sprechi a Spoleto fino al 7 giugno), si offre una nuova e aggiornata visone sul fenomeno del patrimonio abbandonato e dei suoi potenziali. L’articolo richiama anche l’approvazione degli emendamenti all’articolo 24 dello Sblocca Italia riportando l’interessante dichiarazione di Antonio Gaudioso segretario generale di Cittadinanzattiva, secondo cui: “Alle istituzioni, ancora troppo spesso spaventate dalle iniziative civiche, chiediamo di favorirle e promuoverle come affermato dal principio di sussidiarietà”. RIUSIAMO L’ITALIA ! roberto.tognetti@riusiamolitalia.it
http://www.repubblica.it/…/contro_lo_spreco_edifici_riuti…/…

Reggi: «Il riutilizzo delle case invendute è la risposta al disagio abitativo»

Reggi: «Il riutilizzo delle case invendute è la risposta al disagio abitativo» di Roberto Tognetti

Un ulteriore segnale di “attenzione” nei confronti di una delle tante forme di “vuoto” urbano, in questo caso quello dell'”invenduto”. Una componente che erode valore patrimoniale, sociale e urbanistico e che è urgente interpretare con modalità nuove e coraggiose. RIUSIAMO L’ITALIA!  V. qui l’articolo di Vita.it: http://www.vita.it/it/article/2014/03/24/reggi-il-riutilizzo-delle-case-invendute-e-la-risposta-al-disagio-abit/126444/.

Una buona prassi è quella del Comune di Calcinaia, in provincia di Pisa, che ha ipotizzato una “nuova” vita tutta sociale per gli immobili invenduti

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Innovazione sociale e molto altro a Milano

Innovazione sociale e molto altro a Milano di Roberto Tognetti

Su “La Repubblica – Milano” del 22 febbraio 2015, l’articolo di Luca De Vito su quanto è avvenuto sabato scorso allo spazio ex Ansaldo con l’iniziativa “Milano è IN” (ved. qui l’articolo: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/02/22/innovazione-e-sociale-pisapia-e-questa-la-citta-che-io-sognavoMilano02.html).

Tra i dati più significativi:
LE START UP. Sono 470 le start up fondate a Milano nel 2014. A seguire sono Roma, Torino e Trento. In tutta Italia sono 3.200.
GLI SPAZI . Il Comune di Milano ha destinato 12mila metri quadri di spazi alle imprese innovative, dal coworking ai mini-distretti della sharing economy.
L’INVESTIMENTO. Diciotto milioni è l’investimento complessivo che la giunta ha stanziato per sostenere le idee innovative dei giovani milanesi.
RIUSIAMO L’ITALIA!
roberto.tognetti@riusiamolitalia.it