Sull’esito del bando “Valore Paese-Fari”

In questi giorni è stata resa pubblica la graduatoria provvisoria di concessione (fino a un massimo di 50 anni) del bando “Valore Paese-Fari”, da cui si evince che i proponenti sono imprese locali e nazionali, ma anche investitori esteri, società dell’industria dell’ospitalità e aziende che si occupano di organizzazione di eventi. Un’iniziativa che è già arrivata al secondo bando di gara per il recupero dei fari e delle strutture costiere (in parte in capo all’Agenzia del Demanio e in parte a Difesa Servizi Spa) con 54 proposte di  riuso.

Analizzando sommariamente i contenuti progettuali delle 15 strutture aggiudicate in concessione si possono fare alcune prime considerazioni di tendenza che potranno poi essere ulteriormente confermate tenendo conto che in autunno partirà la terza gara, che  interesserà anche nuove Regioni ampliando la rete di tutti i fari e gli edifici costieri italiani. In sintesi si può dunque rilevare quanto segue:

  • il 40% dei progetti riguarda proposte monofunzionali mentre il 60% si sviluppa con funzioni miste.
  • La ricettività è l’elemento più ricorrente, essendo presente nell’80% dei casi.
  • Il food interessa il 40% delle proposte.
  • Tra le funzioni integrate a quella principale, emerge la destinazione museale per il 33%, quella educativa per il 27% e altre varie attività per il 13%.

Tra le proposte più innovative quella del Faro Spignon nella laguna di Venezia, per cui si prevede la realizzazione di un “rifugio”, da intendersi come spazio per riflettere e meditare. Nell’intervista a Roberto Reggi, direttore dell’Agenzia del Demanio, la narrazione di come si è evoluto l’approccio per rispondere meglio alle esigenze che si sono via, via manifestate.

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Se non è una nuova “Querelle des Anciens et des Modernes”

Sarebbe bello se si trattasse di una nuova Querelle des Anciens et des Modernes sulla rigenerazione urbana a livello nazionale o più in dettaglio tra alcune regioni come l’Emilia Romagna e il Veneto, è invece probabile che si tratti di modi diversi di vedere il futuro da parte di soggetti e interessi agli antipodi tra di loro. L’interpretazione del presente è sempre più complessa e fanno fatica a imporsi i modelli nuovi tra ibridazione, sperimentazione e sostenibilità necessitante, specialmente in quei contesti dove molti paradigmi del passato, pur non funzionando più, continuano a suscitare inconsapevoli  inerzie, consolanti nostalgie o improbabili speculazioni. E ciò nonostante alcuni punti di vista autorevolissimi abbiano assegnato proprio alla rigenerazione urbana la responsabilità di diventare elemento unico di egemonia culturale.

Alcuni studi ed esperienze recenti possono aiutare a comprendere questa dicotomia.

Dal lato del diabolico perseverare nel riproporre schemi obsoleti di consumo del territorio, ci sono i rapporti dell’istituto superiore per la ricerca e la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e ci sono studi specifici come nel caso del dossier di Legambiente “Consumo di suolo in Emilia-Romagna: le criticità che la proposta di legge regionale non risolve”, dove, in una delle regioni che vanta tra le più importanti tradizioni di buon governo e di eccellente pianificazione territoriale, si illustrano variegati progetti di cementificazione in gran parte delle sue province. Segnalazioni di infrastrutture e interventi invasivi nelle province di Parma, Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara e Ravenna. Nella sola provincia di Piacenza si va dalla previsione di un milione di metri quadrati di cemento  per il Polo Logistico a Roncaglia, al Piano Operativo del capoluogo dove da una sommaria analisi delle aree soggette a possibile manifestazione d’interesse, si calcolano circa 5 milioni di metri quadri di nuove potenziali urbanizzazioni sia a carattere residenziale che industriale (esclusa l’espansione del Polo Logistico).

Dall’altra parte ci sono vari segnali di contrasto agli approcci selvaggi e consumistici, con visioni e proposte che si fanno carico pienamente dei cambiamenti in atto e delle prospettive future basate sull’uso consapevole delle risorse e sulla dimensione sempre più “cognitiva” dello sviluppo.

Innanzitutto con la riflessione contenuta nel  volume “Un manifesto per il Veneto” a cura del Raggruppamento di Ricerca NUQ (Nuova Questione Urbana) del Dipartimento di Culture del Progetto dell’Università Iuav di Venezia. Si propone in forma di “manifesto” un’agenda programmatica con l’intenzione di disegnare il futuro assetto territoriale della regione. E tutto ciò tenendo in forte evidenza il fatto che si tratta di un contesto dove lo sprawl  continua a propagarsi come risultato di un’urbanistica sconnessa che proietta il Veneto a essere, dopo la Lombardia, la regione italiana con il maggior consumo di suolo, misurato nella media di  oltre il 12%, diventa addirittura il 20% se si limitano i calcoli alle sole aree pianeggianti.

A Reggio Emilia con la convocazione degli stati generali dell’area Nord sta per essere delineato un masterplan basato sulla rigenerazione urbana comprensiva di ragioneria urbanistica “sottrattiva” con: 206 ettari “riconvertiti” da edificabili ad agricoli (136 ettari nel 2015 con la variante in riduzione e successivamente altri 70), 1.130 alloggi in meno e 40.000 metri quadrati di superficie di vendita commerciale in meno fuori dal centro storico. E ancora, semplificazione delle procedure e inquadramento del riuso temporaneo soprattutto in funzione del recupero degli spazi abbandonati. In particolare sono stati identificati sette edifici disemssi, per ospitare funzioni sociali, sportive, ricreative, culturali, in modo da offrire nuovi servizi e opportunità alle comunità locali.

Tornando in Veneto, emerge anche un caso di riuso responsabile,  per ora più unico che raro,  da parte dell’imprenditore Damaso  Zanardo che decide di far rinascere l’area dell’ex Pagnossin di Treviso. Un sito dismesso dal 2008 di 100mila metri quadri di archeologia industriale. Attraverso un accordo fra gruppo Zanardo e l’università Iuav di Venezia è nato il progetto denominato “Open Dream” concepito per dare risposte nuove alle primarie esigenze della persona, con l’obiettivo di creare una cittadella dove riescano a convivere: food & beverage, ricettività, eventi, arte e design, produzioni locali, bioagricoltura.

Si tratta dunque di ricerche ed esperienze che possono ispirare e definire anche linee tecnico – metodologiche, ma che soprattutto  indicano concretamente con l’esempio di un nuovo modo di rigenerare le città.

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SE LA FOTOGRAFIA RISCATTA IL PATRIMONIO ABBANDONATO

Da qualche anno la fotografia ha assunto il patrimonio abbandonato come campo di ricerca speciale. Ciò è avvenuto  a vari livelli e non senza contraddizioni di linguaggio, ma nel suo insieme questa tendenza sta contribuendo alla diffusione di una consapevolezza nuova su questo grande tema. Attraverso le immagini si esprime infatti l’emozione triste della perdita e della rimozione, ma si trasmette anche il senso e significato alle straordinarie potenzialità di rinascita e di valorizzazione di una moltitudine di beni abbandonati, dismessi, devastati o anche più semplicemente sottoutilizzati. Di fatto, attraverso il lavoro di alcuni protagonisti della fotografia contemporanea, si acquisisce un repertorio di casi e di opportunità, da cui si evince che proprio il riuso creativo e il riuso temporaneo potrebbero scatenare uno straordinaria concentrazione di energie in tutte le aree del paese, sotto forma di nuove imprese a vocazione culturale, sociale, turistica, ambientale, ecc.

Le immagini, quando sono il risultato di una ricerca di qualità artistica e di impegno civile, aiutano infatti a capire che è perfettamente applicabile quell’approccio minimal del “fare molto con poco”, che aiuta la rigenerazione del patrimonio dismesso anche con modeste risorse necessarie e sufficienti a funzioni di “innesco” processuale. Si può intervenire infatti per parti, in modo graduale, si possono accostare ai contesti da valorizzare piccoli contenitori di supporto sufficienti ad ospitare le prime funzioni di presidio e cura, si può operare con metodo relazionale collegando il fascino di situazioni difficili, come ruderi o rovine, ad altri beni perfettamente conservati. Insomma molteplici sono  le buone pratiche da replicare per assicurare risultati importanti, e infinite possono essere le modalità per interpretare con metodi nuovi i casi particolarmente complessi. Da questo punto di vista segnaliamo due lavori di particolare qualità e attenzione. Il primo  consiste nell’opera di Silvia Camporesi che ha mappato, regione per regione, più di 150 luoghi, paesi ed edifici abbandonati, e che si trova in mostra a Ferrara fino all’8 ottobre. Il secondo lavoro da evidenziare, riguarda una sorta di “fotoreportage di attraversamento” che è stato sviluppato in Basilicata volutamente fuori dall’orbita e dal clamore della città capoluogo regionale che si prepara a diventare capitale europea della cultura nel 2019. Un viaggio svolto dalla fotografa pugliese Laura Greco che tra il silenzio, l’abbandonato e gli orizzonti aperti dei paesaggi, ha riportato l’attenzione sugli effetti della desertificazione sociale in atto in queste aree rurali.

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DELLA “MAPPATURA” O CONOSCERE PER AGIRE

Si invoca molto, si dice spesso, non sempre si fa, ma “conoscere per agire” rimane generalmente un buon modo per affrontare i problemi. In tale ottica la “mappatura” degli spazi e dei luoghi da riusare è un ottimo strumento per cominciare a capire come rigenerare la città. Molte amministrazioni lo stanno facendo, come per esempio nei casi di San Giorgio di Pesaro, di Altopascio, di Volterra o in Lunigiana, o più in generale per il vasto e articolato fenomeno dei paesi fantasma.

Da lì enormi possibilità di sviluppo facendo convergere offerta e domanda di spazi per attivare processi e progetti a livello culturale, sociale ed economico. Per un approccio diretto e pragmatico che tenga conto di tempi e costi ragionevoli per risultati tangibili nel breve periodo, ved. http://www.riusiamolitalia.it/ita/domandaofferta.asp

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Senza “Idillio” certe cose non succedono

La buona notizia è che lo Stato non ha più risorse, l’altra buona notizia è che si stanno moltiplicando le occasioni per l’intervento pro-attivo dei privati nella gestione dei beni pubblici, la cattiva notizia è che ciò avviene con strumenti sbagliati come nel caso del primo bando del ministero dei Beni culturali – per affidare a una gestione privata parte del patrimonio artistico nazionale . Una vicenda che si è chiusa con appena sette risposte rispetto ai tredici monumenti messi all’asta: troppo dure le condizioni e i vincoli di ingaggio, troppo freddo e asettico il contesto dentro il quale è stata  inserita questa prima chiamata, a conferma del fatto che senza “Idillio” certe cose non succedono. La cosiddetta chimica delle relazioni, l’attrazione irragionevole tra due persone, ha una uno scopo ed una sua “logica”. Non è casuale: è una coincidenza fortunata è la kairos degli antichi greci. C’è così una “chimica” tra persone e persone, così come tra persone e luoghi, nel senso che i luoghi non possono essere considerati indifferenti ai soggetti e alle comunità di contesto e di riferimento.  Servono politiche pubbliche aperte e non impersonali per lo sviluppo dei beni comuni e per contaminare rigenerazione urbana, innovazione sociale, senso di appartenenza e identità territoriale. Se l’attrazione tra due persone deve sempre contenere informazioni essenziali, a maggior ragione l’avvicinamento tra un luogo e una comunità di cura e di valorizzazione deve contenerne ancora di più, sia a livello palese che in forma tacita, sia in senso formale che informale.  Si è già avuto modo di scrivere come molte comunità di pratica «in questi anni di transizione si stanno costruendo una dimensione “affettiva” nello spazio di vita e lavoro. Può essere una filanda dismessa o un castello, una stazione abbandonata o un orto urbano, o ancora una valle o una piazza, una vigna … può essere in definitiva qualsiasi spazio che richiede di prendersene cura, l’importante è che diventi un luogo per aggregare impegno, bellezza, condivisione e visione del futuro». Serve quindi individuare nuovi modelli di partenariato pubblico privato dove la cittadinanza attiva possa fare la differenza nella rigenerazione dei luoghi sottoutilizzati in un rinnovato ecosistema di informazioni e relazioni tra persone e istituzioni.

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SE IL RIUSO CREATIVO HA BISOGNO DI EROI

Sono passati più di due anni dalla pubblicazione del libro “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start-up culturali e sociali”. Con quasi cento presentazioni in giro per le regioni italiane, le recensioni di svariate testate giornalistiche, le decine di contatti attivati, si può dire che il suo “messaggio” ha svolto con successo la funzione di stimolatore di riflessioni, idee e visioni verso nuovi modelli operativi di RIUSO TEMPORANEO E CREATIVO, dove i contenuti sono più importanti dei contenitori. Anzi proprio per questo motivo aiutano i contenitori stessi e riassumere valore, significato, forza simbolica, fino a diventare un unicum tra il cosa, il come, il perché e il dove. Ovviamente la ricerca continua nello spirito nomade del libro, nato appunto come “Roadbook”, e in tale prospettiva è stata rafforzata l’organizzazione per dare supporto a chi sta lavorando per “riusare e reinventare l’Italia”.

 

In questa cornice è possibile registrare una più che promettente reazione positiva da parte di moltissimi soggetti e centri di competenza impegnati nel promuovere innovazione sociale, economica, culturale, quali: centri culturali, università, gallerie d’arte, agenzie di formazione e/o di sviluppo, fab lab, blog, giornali di settore e non, gruppi, associazioni, comitati civici, centri di ricerca, gruppi informali. Sono stati veramente in tanti a chiedere, a mettersi in contatto, a formulare inviti o confronti. Tutto bene allora? No, c’è un problema di fondo nella reazione e nel riscontro, c’è un assente non secondario che risponde al nome di “Politica” che non ha dimostrato per ora alcun interesse “strutturato” a capire, ad approfondire, a sperimentare, se non qualche timida, generica e isolata curiosità. Piccoli segnali certo ci sono a livello individuale, per cultura, competenza o curiosità, ma ancora lontani dal diventare fattore organico e contestuale ad una dato ambiente, città o territorio. C’è ancora molta difficoltà nel comprendere certe semplici “Istruzioni per l’uso” (o meglio “per il riuso”) a cominciare dal motto: “Più usi meno paghi” che attende solo di essere declinato in politiche e dispositivi per attuare concretamente politiche di sostenibilità. Certo si tratta di un campo nuovo e poco esplorato dove c’è un enorme fabbisogno di conoscenza specifica, di scambio di esperienze, di condivisione di dati, metodi, approcci, criteri di analisi, di impostazione, modelli di gestione, ecc. Molto si parla di “Beni pubblici” e di “Cittadinanza attiva” e intorno a ciò il dibattito si è fatto complesso, anche rispetto al valore “Istituente” di determinati approcci. Così si è espresso Johnny Dotti di Welfare Italia, IT al Meeting dell’Osservatorio Regionale Banche – Imprese di Economia e Finanza (OBI) nel Novembre 2014, quando ha rimarcato l’esistenza di un grande bacino economico, politico e sociale per recuperare elementi di democrazia, quali: acqua, energia, trasporti, scuola, salute, beni culturali e ambientali, questo –ha sottolineato- è un grande bacino di popolo, dove incominciare ad inserire esperienze istituenti. Grandi laboratori di esperienze istituenti sono per esempio tutte quelle vicine a quanto promulgato da Labsus , il laboratorio per la sussidiarietà, fondato sul ruolo pro-attivo delle persone come portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità fondamentali. Competenze quindi da mettere a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale. Labsus ha messo a punto il primo testo organico di Regolamento sull’amministrazione condivisa con il Comune di Bologna e come tale costituisce un modello da replicare in infinità di casi e contesti diversi. Analogo il lavoro di Labgov, per altro esteso ad una scena più spiccatamente europea e internazionale con un’importante priorità rivolta alla formazione di una nuova generazione di professionisti “esperti nella gestione dei beni comuni urbani”.

Forse è proprio per questo che il dibattito contemporaneo sui Beni Comuni animato da studiosi, pensatori e intellettuali di prim’ordine (da Stefano Rodotà a Gregorio Arena, da Salvatore Settis, a Gustavo Zagrebelsky da Ugo Mattei a Tomaso Montanari, da Cristian Iaione a Giuseppe Micciarelli e molti altri) ha avuto negli anni recenti due momenti apicali di aggregazione: quello del movimento per la difesa dell’”acqua pubblica” e quello della mobilitazione intorno al Teatro Valle di Roma che ha prodotto un modello statutario innovativo caratterizzato proprio da un “Preambolo” che solennemente sancisce il Teatro Valle di Roma come Bene Comune: Noi che in comune, dal 14 giugno del 2011, occupiamo, ci riappropriamo e restituiamo apertamente e pubblicamente il Teatro Valle di Roma alla comunità, intendiamo con il presente atto intraprendere un percorso costituente per il pieno riconoscimento giuridico del Teatro Valle di Roma come Bene Comune.

 

Tale approccio è stato per così dire “esploso” nel 2015 dalla monumentale opera di Pierre Dardot e Christian Laval: “Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo” (Pierre Dardot e Christian Laval, Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, 2015). Nella ricerca degli autori: quale sia oggi lo spazio per il “comune” (e per i beni comuni), cercando nella “prassi collettiva” la soluzione più coerente ed efficace. Serve ripensare il “comune” al di fuori del “bene” e lavorare sul concetto di “uso comune” sostanziandolo nell’azione concreta.

 

Anche il legislatore si è accorto del fenomeno promulgando l’art. 24 dello SBLOCCA ITALIA (Decreto Legge, testo coordinato 12.09.2014 n° 133 , G.U. 11.11.2014, Art. 24. – Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio), secondo il quale: I comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Secondo Ezio Micelli, docente Iuav di estimo e valutazione economica dei progetti, si intravvede uno scenario caratterizzato da una straordinaria stagione di sperimentazione da parte della PA in tema di dotazioni territoriali: i beni di pubblica utilità possono diventare dotazioni territoriali anche temporaneamente, senza dover far ricorso alla via tradizionale dell’appalto ma contando sulla partecipazione attiva della città. Interessante anche l’interpretazione che Franco Milella (Le regole di un nuovo gioco possibile, Il giornale delle fondazioni, 07/09/2016) produce rispetto al Nuovo Codice degli Appalti e Contratti Pubblici (dlgs. 50/2016) circa il potenziale inespresso delle partnership pubblico-private (PPP), con particolare riguardo ai partenariati d’innovazione e le regolazioni settoriali in materia di servizi sociali e interventi sui beni culturali.

 

Ciò per dire tra il serio ed il faceto, che la crisi in cui siamo sprofondati ha probabilmente origini anche psico-antropologiche. Ne aveva parlato Carlo Bastasin (Psicologia e ripresa. La depressione degli italiani e il rischio Paese, Il Sole 24 Ore, 30/11/2014) affermando che c’è nel nostro Paese uno stato di ansia e malcontento che può definirsi come uno specifico «malessere italiano». Una condizione dell’animo che sbalordisce quando si arriva da fuori: si esprime nelle avverse condizioni economiche, ma ha ormai natura sociale e perfino profondità psicologica. (…). L’alienazione si riflette nell’ostilità per gli altri. A chiudere la gabbia mentale è infine un discorso pubblico introverso e provinciale, in cui da 20 anni l’interesse dei media è assorbito dal «miglio quadrato» attorno al palazzo del governo.

 

A distanza di due anni da quella impressione il recente 50° Rapporto Censis mette altresì in luce la pericolosa faglia che si va instaurando tra mondo del potere politico e corpo sociale. È una ferita che ci rende quasi una “società dissociativa”, dove i due mondi sopra indicati vanno ognuno per proprio conto, con reciproci processi di rancorosa delegittimazione. (…). Converrà, quindi, seriamente comprendere che quel distacco non è il frutto di dissonanze etiche, ma piuttosto del fatto che le istituzioni (per crisi della propria consistenza, anche valoriale) non riescono più a fare cerniera tra dinamica politica e dinamica sociale, e di conseguenza vanno verso un progressivo e quasi orgoglioso rinserramento. Delle tre componenti su cui si giuoca la vita di una società moderna (potere politico, istituzioni, corpo sociale) è la seconda, cioè il mondo delle istituzioni, che oggi è più profondamente in crisi. 

 

C’è un’efficace frase di Anthony Burgess che aiuta a misurare il “cambio di stato” di un periodo storico o quanto meno suggerisce un modo per misurarne i punti di discontinuità quando il nostro modo di pensare e di sentire, e soprattutto il nostro sistema nervoso rifiutano certe innovazioni, vuol dire che il futuro è arrivato e che ciò che si deve fare è mettersi al passo con esso. Un ossimoro perfetto per descrivere il rifiuto delle classi dirigenti italiane a capire ciò che sta avvenendo e che potrebbe/dovrebbe succedere.

 

Sul terreno più circoscritto delle politiche culturali ci ha fornito nuove chiavi interpretative un grande esperto come Pierluigi Sacco (Re-incanto, “guerra di posizione”, educazione al futuro: la progettualità culturale in Italia, Il Giornale delle Fondazioni, 16/09/2016) quando ha sottolineato come per descrivere la situazione italiana di questi anni nel campo delle progettualità culturali, forse le categorie più utili sono quelle del disincanto e del re-incanto”. Arriva anche a definire una exit strategy, pur partendo dall’assunto che: “il pessimismo della ragione ci dice che se questa straordinaria progettualità dal basso non mette radici nella cultura amministrativa, alla fine resterà soltanto una bella stagione le cui ceneri serviranno ad alimentare le nuove forme del disincanto. Non si può, non bisogna accontentarsi. Non si può, non bisogna accettare l’insipienza degli interlocutori istituzionali come una condizione naturale ed immodificabile”. Da qui indica alcune priorità strategiche su cui è possibile costruire quali la scuola, la presa d’atto dell’energia potenziale delle moltitudini di comunità creative presenti sui territori italiani, l’invito a crescere ricolto a chi ha responsabilità amministrative e il ricorso ad alcuni strumenti operativi oggi disponibili nel campo delle politiche attive. E’ quindi incoraggiante considerare che pochi giorni fa lo stesso Pierluigi Sacco a commento della quinta edizione degli Stati Generali della Cultura (Una risorsa strategica per il futuro del Paese, Il Sole 24 Ore, 20/12/2016), ha affermato che ”Si torna a respirare un clima di rinnovata energia, una tensione progettuale che non nasce dalla necessità di ripetere le solite, superficiali iperboli per esorcizzare le paure di un presente in cui non ci si riconosce”.

 

È quindi da qui che vogliamo trarre le ragioni del nostro ottimismo del cuore che riesce sempre a farsi valere, anche quando il pessimismo della ragione spinge in direzione opposta. Una visione del futuro che vuole rafforzarsi e strutturarsi nel tempo, sapendo che i germogli possono essere quelli “atmosferici” o “situazionisti” del riuso creativo con tutti i limiti che questa acrobatica necessità implica. Tra le ragioni che hanno portato a concepire il libro “Riusiamo l’Italia” vi è certamente la tensione verso la possibilità di miglioramento complessivo del sistema paese. Quello di “riusare”  utilmente ciò che viene scartato e abbandonato appartiene ad una delle più elementari forme di buon senso, tra sostenibilità, spirito di sopravvivenza e amor proprio. Un approccio fisiologicamente orientato nel riconoscere e nel riconoscersi come parte di un ambiente fatto di luoghi simbolici, o emblematici che non ha senso lasciare all’oblio. Contesti dove spesso è relativamente semplice riattivare e/o rigenerare funzioni con costi e investimenti anche molto bassi rispetto ad alcuni effetti, magari frastagliati negli impatti, ma certi nel risultato di opporsi al degrado e alla conseguente perdita di valore patrimoniale. Una prospettiva di innesco del cambiamento anche nel breve periodo, indefinita e informale fin che si vuole, ma infinitamente più promettente del pessimismo cosmico fatto di inerzia e disfattismo elevato a mainstream.

 

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roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

 

Se il commercio si riconcilia con le città storiche

Se il commercio si riconcilia con le città storiche si aprono scenari interessanti per il riuso degli spazi abbandonati e più in generale per dare nuova linfa alla rigenerazione urbana. Nelle ultime settimane si possono registrare due segnali estremamente interessanti in tal senso. Il primo è avvenuto a Biella dove è stato inaugurato il primo city outlet. In una città simbolo della prima rivoluzione industriale diventata nel tempo il capoluogo di uno dei più importanti distretti del tessile – laniero, nasce un progetto innovativo che scardina finalmente l’ipocrisia dei finti paesaggi degli ”outlet” che abbiamo visto sorgere negli ultimi vent’anni nei più svariati “non luoghi” italiani, per scommettere sul valore simbolico e funzionale del centro storico. Si punta in due anni a sviluppare  una rete di 70-80 punti vendita con un fatturato stimato sui 50 milioni di euro per rimettere in gioco capitali e energie locali. Tra i driver dell’operazione l’amica e collega Luisa Bocchietto dell’Associazione “015 Biella” costituita nel 2014 con la volontà di dare vita ad azioni mirate per la valorizzazione del territorio. Il secondo riguarda invece l’evoluzione dei centri commerciali che comincia ad esprimere interesse verso forme più mature, innovative e sostenibili di trasformazione urbana. Dopo aver sperimentato nuovi meccanismi di economia dell’esperienza con  il Centro ad Arese, inaugurato in aprile nell’area prima occupata dall’Alfa Romeo, ora si procede con altri investimenti e nuove visioni. Grazie al dialogo avviato dal Consiglio nazionale dei centri commerciali con il Demanio è infatti in fase di analisi e valutazione il rilancio di immobili pubblici inutilizzati. Nel percorso di esplorazione del futuro che queste dinamiche stanno indagando ci può stare anche una riflessione sulla lunga durata dei cicli storici per un periodo di grandi transizione come quello che stiamo attraversando. In tal senso forse serve riflettere sul modo in cui i commerci in altre epoche hanno cambiato il corso degli eventi e degli uomini, allorquando altre moltitudini attraversavano i territori d’Europa per cause probabilmente non troppo diverse da quelle contemporanee: gli antenati dei mercanti sono i poveri, vale a dire la gente senza terra, la massa fluttuante che batte il paese, che offre la propria opera per la mietitura, che insegue le avventure, i pellegrinaggi (…) Gente che non ha terra è gente di ventura che fa affidamento soltanto su di sé e che niente spaventa. È anche gente ricca di cultura e di risorse, che ha viaggiato, che conosce lingue e usanze diverse, e che la povertà rende intraprendente (Pirenne H., 1936, Histoire de l’Europe des invasions au XVI siècle, Alcan, Paris,; trad. it., 2006, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma).

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