Se non è una nuova “Querelle des Anciens et des Modernes”

Sarebbe bello se si trattasse di una nuova Querelle des Anciens et des Modernes sulla rigenerazione urbana a livello nazionale o più in dettaglio tra alcune regioni come l’Emilia Romagna e il Veneto, è invece probabile che si tratti di modi diversi di vedere il futuro da parte di soggetti e interessi agli antipodi tra di loro. L’interpretazione del presente è sempre più complessa e fanno fatica a imporsi i modelli nuovi tra ibridazione, sperimentazione e sostenibilità necessitante, specialmente in quei contesti dove molti paradigmi del passato, pur non funzionando più, continuano a suscitare inconsapevoli  inerzie, consolanti nostalgie o improbabili speculazioni. E ciò nonostante alcuni punti di vista autorevolissimi abbiano assegnato proprio alla rigenerazione urbana la responsabilità di diventare elemento unico di egemonia culturale.

Alcuni studi ed esperienze recenti possono aiutare a comprendere questa dicotomia.

Dal lato del diabolico perseverare nel riproporre schemi obsoleti di consumo del territorio, ci sono i rapporti dell’istituto superiore per la ricerca e la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e ci sono studi specifici come nel caso del dossier di Legambiente “Consumo di suolo in Emilia-Romagna: le criticità che la proposta di legge regionale non risolve”, dove, in una delle regioni che vanta tra le più importanti tradizioni di buon governo e di eccellente pianificazione territoriale, si illustrano variegati progetti di cementificazione in gran parte delle sue province. Segnalazioni di infrastrutture e interventi invasivi nelle province di Parma, Modena, Bologna, Reggio Emilia, Ferrara e Ravenna. Nella sola provincia di Piacenza si va dalla previsione di un milione di metri quadrati di cemento  per il Polo Logistico a Roncaglia, al Piano Operativo del capoluogo dove da una sommaria analisi delle aree soggette a possibile manifestazione d’interesse, si calcolano circa 5 milioni di metri quadri di nuove potenziali urbanizzazioni sia a carattere residenziale che industriale (esclusa l’espansione del Polo Logistico).

Dall’altra parte ci sono vari segnali di contrasto agli approcci selvaggi e consumistici, con visioni e proposte che si fanno carico pienamente dei cambiamenti in atto e delle prospettive future basate sull’uso consapevole delle risorse e sulla dimensione sempre più “cognitiva” dello sviluppo.

Innanzitutto con la riflessione contenuta nel  volume “Un manifesto per il Veneto” a cura del Raggruppamento di Ricerca NUQ (Nuova Questione Urbana) del Dipartimento di Culture del Progetto dell’Università Iuav di Venezia. Si propone in forma di “manifesto” un’agenda programmatica con l’intenzione di disegnare il futuro assetto territoriale della regione. E tutto ciò tenendo in forte evidenza il fatto che si tratta di un contesto dove lo sprawl  continua a propagarsi come risultato di un’urbanistica sconnessa che proietta il Veneto a essere, dopo la Lombardia, la regione italiana con il maggior consumo di suolo, misurato nella media di  oltre il 12%, diventa addirittura il 20% se si limitano i calcoli alle sole aree pianeggianti.

A Reggio Emilia con la convocazione degli stati generali dell’area Nord sta per essere delineato un masterplan basato sulla rigenerazione urbana comprensiva di ragioneria urbanistica “sottrattiva” con: 206 ettari “riconvertiti” da edificabili ad agricoli (136 ettari nel 2015 con la variante in riduzione e successivamente altri 70), 1.130 alloggi in meno e 40.000 metri quadrati di superficie di vendita commerciale in meno fuori dal centro storico. E ancora, semplificazione delle procedure e inquadramento del riuso temporaneo soprattutto in funzione del recupero degli spazi abbandonati. In particolare sono stati identificati sette edifici disemssi, per ospitare funzioni sociali, sportive, ricreative, culturali, in modo da offrire nuovi servizi e opportunità alle comunità locali.

Tornando in Veneto, emerge anche un caso di riuso responsabile,  per ora più unico che raro,  da parte dell’imprenditore Damaso  Zanardo che decide di far rinascere l’area dell’ex Pagnossin di Treviso. Un sito dismesso dal 2008 di 100mila metri quadri di archeologia industriale. Attraverso un accordo fra gruppo Zanardo e l’università Iuav di Venezia è nato il progetto denominato “Open Dream” concepito per dare risposte nuove alle primarie esigenze della persona, con l’obiettivo di creare una cittadella dove riescano a convivere: food & beverage, ricettività, eventi, arte e design, produzioni locali, bioagricoltura.

Si tratta dunque di ricerche ed esperienze che possono ispirare e definire anche linee tecnico – metodologiche, ma che soprattutto  indicano concretamente con l’esempio di un nuovo modo di rigenerare le città.

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roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

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BORGHI A RISCHIO SPOPOLAMENTO: L’ESEMPIO DI BORMIDA

In un 2017 solennemente celebrato come l’”anno dei borghi” , nella perenne attesa che la Legge sui piccoli comuni  venga approvata, e pur con il lento avvio della Strategia nazionale per le Aree interne, alcuni amministratori tra resilienza e fantasia riescono ad inventarsi il futuro. Daniele Galliano, primo cittadino di Bormida in provincia di Savona, aveva lanciato nel 2014 gli alloggi in affitto a 50 euro  ottenendo alcuni primi riscontri positivi. Ora sta per pubblicare altri analoghi bandi ad affitto calmierato e con l’occasione ha voluto provocatoriamente lanciare il suo appello: un bonus di 2mila euro a chi prende la residenza a Bormida. Secondo i dati di Legambiente sono 1650 i borghi che rischiano di essere abbandonati in Italia e l’atteggiamento del sindaco di Bormida è un esempio per tutti. ved. anche: http://www.nonsprecare.it/ripopolare-i-comuni-abbandonati

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