SE IL RIUSO CREATIVO HA BISOGNO DI EROI

Sono passati più di due anni dalla pubblicazione del libro “Riusiamo l’Italia. Da spazi vuoti a start-up culturali e sociali”. Con quasi cento presentazioni in giro per le regioni italiane, le recensioni di svariate testate giornalistiche, le decine di contatti attivati, si può dire che il suo “messaggio” ha svolto con successo la funzione di stimolatore di riflessioni, idee e visioni verso nuovi modelli operativi di RIUSO TEMPORANEO E CREATIVO, dove i contenuti sono più importanti dei contenitori. Anzi proprio per questo motivo aiutano i contenitori stessi e riassumere valore, significato, forza simbolica, fino a diventare un unicum tra il cosa, il come, il perché e il dove. Ovviamente la ricerca continua nello spirito nomade del libro, nato appunto come “Roadbook”, e in tale prospettiva è stata rafforzata l’organizzazione per dare supporto a chi sta lavorando per “riusare e reinventare l’Italia”.

 

In questa cornice è possibile registrare una più che promettente reazione positiva da parte di moltissimi soggetti e centri di competenza impegnati nel promuovere innovazione sociale, economica, culturale, quali: centri culturali, università, gallerie d’arte, agenzie di formazione e/o di sviluppo, fab lab, blog, giornali di settore e non, gruppi, associazioni, comitati civici, centri di ricerca, gruppi informali. Sono stati veramente in tanti a chiedere, a mettersi in contatto, a formulare inviti o confronti. Tutto bene allora? No, c’è un problema di fondo nella reazione e nel riscontro, c’è un assente non secondario che risponde al nome di “Politica” che non ha dimostrato per ora alcun interesse “strutturato” a capire, ad approfondire, a sperimentare, se non qualche timida, generica e isolata curiosità. Piccoli segnali certo ci sono a livello individuale, per cultura, competenza o curiosità, ma ancora lontani dal diventare fattore organico e contestuale ad una dato ambiente, città o territorio. C’è ancora molta difficoltà nel comprendere certe semplici “Istruzioni per l’uso” (o meglio “per il riuso”) a cominciare dal motto: “Più usi meno paghi” che attende solo di essere declinato in politiche e dispositivi per attuare concretamente politiche di sostenibilità. Certo si tratta di un campo nuovo e poco esplorato dove c’è un enorme fabbisogno di conoscenza specifica, di scambio di esperienze, di condivisione di dati, metodi, approcci, criteri di analisi, di impostazione, modelli di gestione, ecc. Molto si parla di “Beni pubblici” e di “Cittadinanza attiva” e intorno a ciò il dibattito si è fatto complesso, anche rispetto al valore “Istituente” di determinati approcci. Così si è espresso Johnny Dotti di Welfare Italia, IT al Meeting dell’Osservatorio Regionale Banche – Imprese di Economia e Finanza (OBI) nel Novembre 2014, quando ha rimarcato l’esistenza di un grande bacino economico, politico e sociale per recuperare elementi di democrazia, quali: acqua, energia, trasporti, scuola, salute, beni culturali e ambientali, questo –ha sottolineato- è un grande bacino di popolo, dove incominciare ad inserire esperienze istituenti. Grandi laboratori di esperienze istituenti sono per esempio tutte quelle vicine a quanto promulgato da Labsus , il laboratorio per la sussidiarietà, fondato sul ruolo pro-attivo delle persone come portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità fondamentali. Competenze quindi da mettere a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale. Labsus ha messo a punto il primo testo organico di Regolamento sull’amministrazione condivisa con il Comune di Bologna e come tale costituisce un modello da replicare in infinità di casi e contesti diversi. Analogo il lavoro di Labgov, per altro esteso ad una scena più spiccatamente europea e internazionale con un’importante priorità rivolta alla formazione di una nuova generazione di professionisti “esperti nella gestione dei beni comuni urbani”.

Forse è proprio per questo che il dibattito contemporaneo sui Beni Comuni animato da studiosi, pensatori e intellettuali di prim’ordine (da Stefano Rodotà a Gregorio Arena, da Salvatore Settis, a Gustavo Zagrebelsky da Ugo Mattei a Tomaso Montanari, da Cristian Iaione a Giuseppe Micciarelli e molti altri) ha avuto negli anni recenti due momenti apicali di aggregazione: quello del movimento per la difesa dell’”acqua pubblica” e quello della mobilitazione intorno al Teatro Valle di Roma che ha prodotto un modello statutario innovativo caratterizzato proprio da un “Preambolo” che solennemente sancisce il Teatro Valle di Roma come Bene Comune: Noi che in comune, dal 14 giugno del 2011, occupiamo, ci riappropriamo e restituiamo apertamente e pubblicamente il Teatro Valle di Roma alla comunità, intendiamo con il presente atto intraprendere un percorso costituente per il pieno riconoscimento giuridico del Teatro Valle di Roma come Bene Comune.

 

Tale approccio è stato per così dire “esploso” nel 2015 dalla monumentale opera di Pierre Dardot e Christian Laval: “Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo” (Pierre Dardot e Christian Laval, Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo, DeriveApprodi, 2015). Nella ricerca degli autori: quale sia oggi lo spazio per il “comune” (e per i beni comuni), cercando nella “prassi collettiva” la soluzione più coerente ed efficace. Serve ripensare il “comune” al di fuori del “bene” e lavorare sul concetto di “uso comune” sostanziandolo nell’azione concreta.

 

Anche il legislatore si è accorto del fenomeno promulgando l’art. 24 dello SBLOCCA ITALIA (Decreto Legge, testo coordinato 12.09.2014 n° 133 , G.U. 11.11.2014, Art. 24. – Misure di agevolazione della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela e valorizzazione del territorio), secondo il quale: I comuni possono definire con apposita delibera i criteri e le condizioni per la realizzazione di interventi su progetti presentati da cittadini singoli o associati, purché individuati in relazione al territorio da riqualificare. Secondo Ezio Micelli, docente Iuav di estimo e valutazione economica dei progetti, si intravvede uno scenario caratterizzato da una straordinaria stagione di sperimentazione da parte della PA in tema di dotazioni territoriali: i beni di pubblica utilità possono diventare dotazioni territoriali anche temporaneamente, senza dover far ricorso alla via tradizionale dell’appalto ma contando sulla partecipazione attiva della città. Interessante anche l’interpretazione che Franco Milella (Le regole di un nuovo gioco possibile, Il giornale delle fondazioni, 07/09/2016) produce rispetto al Nuovo Codice degli Appalti e Contratti Pubblici (dlgs. 50/2016) circa il potenziale inespresso delle partnership pubblico-private (PPP), con particolare riguardo ai partenariati d’innovazione e le regolazioni settoriali in materia di servizi sociali e interventi sui beni culturali.

 

Ciò per dire tra il serio ed il faceto, che la crisi in cui siamo sprofondati ha probabilmente origini anche psico-antropologiche. Ne aveva parlato Carlo Bastasin (Psicologia e ripresa. La depressione degli italiani e il rischio Paese, Il Sole 24 Ore, 30/11/2014) affermando che c’è nel nostro Paese uno stato di ansia e malcontento che può definirsi come uno specifico «malessere italiano». Una condizione dell’animo che sbalordisce quando si arriva da fuori: si esprime nelle avverse condizioni economiche, ma ha ormai natura sociale e perfino profondità psicologica. (…). L’alienazione si riflette nell’ostilità per gli altri. A chiudere la gabbia mentale è infine un discorso pubblico introverso e provinciale, in cui da 20 anni l’interesse dei media è assorbito dal «miglio quadrato» attorno al palazzo del governo.

 

A distanza di due anni da quella impressione il recente 50° Rapporto Censis mette altresì in luce la pericolosa faglia che si va instaurando tra mondo del potere politico e corpo sociale. È una ferita che ci rende quasi una “società dissociativa”, dove i due mondi sopra indicati vanno ognuno per proprio conto, con reciproci processi di rancorosa delegittimazione. (…). Converrà, quindi, seriamente comprendere che quel distacco non è il frutto di dissonanze etiche, ma piuttosto del fatto che le istituzioni (per crisi della propria consistenza, anche valoriale) non riescono più a fare cerniera tra dinamica politica e dinamica sociale, e di conseguenza vanno verso un progressivo e quasi orgoglioso rinserramento. Delle tre componenti su cui si giuoca la vita di una società moderna (potere politico, istituzioni, corpo sociale) è la seconda, cioè il mondo delle istituzioni, che oggi è più profondamente in crisi. 

 

C’è un’efficace frase di Anthony Burgess che aiuta a misurare il “cambio di stato” di un periodo storico o quanto meno suggerisce un modo per misurarne i punti di discontinuità quando il nostro modo di pensare e di sentire, e soprattutto il nostro sistema nervoso rifiutano certe innovazioni, vuol dire che il futuro è arrivato e che ciò che si deve fare è mettersi al passo con esso. Un ossimoro perfetto per descrivere il rifiuto delle classi dirigenti italiane a capire ciò che sta avvenendo e che potrebbe/dovrebbe succedere.

 

Sul terreno più circoscritto delle politiche culturali ci ha fornito nuove chiavi interpretative un grande esperto come Pierluigi Sacco (Re-incanto, “guerra di posizione”, educazione al futuro: la progettualità culturale in Italia, Il Giornale delle Fondazioni, 16/09/2016) quando ha sottolineato come per descrivere la situazione italiana di questi anni nel campo delle progettualità culturali, forse le categorie più utili sono quelle del disincanto e del re-incanto”. Arriva anche a definire una exit strategy, pur partendo dall’assunto che: “il pessimismo della ragione ci dice che se questa straordinaria progettualità dal basso non mette radici nella cultura amministrativa, alla fine resterà soltanto una bella stagione le cui ceneri serviranno ad alimentare le nuove forme del disincanto. Non si può, non bisogna accontentarsi. Non si può, non bisogna accettare l’insipienza degli interlocutori istituzionali come una condizione naturale ed immodificabile”. Da qui indica alcune priorità strategiche su cui è possibile costruire quali la scuola, la presa d’atto dell’energia potenziale delle moltitudini di comunità creative presenti sui territori italiani, l’invito a crescere ricolto a chi ha responsabilità amministrative e il ricorso ad alcuni strumenti operativi oggi disponibili nel campo delle politiche attive. E’ quindi incoraggiante considerare che pochi giorni fa lo stesso Pierluigi Sacco a commento della quinta edizione degli Stati Generali della Cultura (Una risorsa strategica per il futuro del Paese, Il Sole 24 Ore, 20/12/2016), ha affermato che ”Si torna a respirare un clima di rinnovata energia, una tensione progettuale che non nasce dalla necessità di ripetere le solite, superficiali iperboli per esorcizzare le paure di un presente in cui non ci si riconosce”.

 

È quindi da qui che vogliamo trarre le ragioni del nostro ottimismo del cuore che riesce sempre a farsi valere, anche quando il pessimismo della ragione spinge in direzione opposta. Una visione del futuro che vuole rafforzarsi e strutturarsi nel tempo, sapendo che i germogli possono essere quelli “atmosferici” o “situazionisti” del riuso creativo con tutti i limiti che questa acrobatica necessità implica. Tra le ragioni che hanno portato a concepire il libro “Riusiamo l’Italia” vi è certamente la tensione verso la possibilità di miglioramento complessivo del sistema paese. Quello di “riusare”  utilmente ciò che viene scartato e abbandonato appartiene ad una delle più elementari forme di buon senso, tra sostenibilità, spirito di sopravvivenza e amor proprio. Un approccio fisiologicamente orientato nel riconoscere e nel riconoscersi come parte di un ambiente fatto di luoghi simbolici, o emblematici che non ha senso lasciare all’oblio. Contesti dove spesso è relativamente semplice riattivare e/o rigenerare funzioni con costi e investimenti anche molto bassi rispetto ad alcuni effetti, magari frastagliati negli impatti, ma certi nel risultato di opporsi al degrado e alla conseguente perdita di valore patrimoniale. Una prospettiva di innesco del cambiamento anche nel breve periodo, indefinita e informale fin che si vuole, ma infinitamente più promettente del pessimismo cosmico fatto di inerzia e disfattismo elevato a mainstream.

 

RIUSIAMO L’ITALIA!

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

 

Se il commercio si riconcilia con le città storiche

Se il commercio si riconcilia con le città storiche si aprono scenari interessanti per il riuso degli spazi abbandonati e più in generale per dare nuova linfa alla rigenerazione urbana. Nelle ultime settimane si possono registrare due segnali estremamente interessanti in tal senso. Il primo è avvenuto a Biella dove è stato inaugurato il primo city outlet. In una città simbolo della prima rivoluzione industriale diventata nel tempo il capoluogo di uno dei più importanti distretti del tessile – laniero, nasce un progetto innovativo che scardina finalmente l’ipocrisia dei finti paesaggi degli ”outlet” che abbiamo visto sorgere negli ultimi vent’anni nei più svariati “non luoghi” italiani, per scommettere sul valore simbolico e funzionale del centro storico. Si punta in due anni a sviluppare  una rete di 70-80 punti vendita con un fatturato stimato sui 50 milioni di euro per rimettere in gioco capitali e energie locali. Tra i driver dell’operazione l’amica e collega Luisa Bocchietto dell’Associazione “015 Biella” costituita nel 2014 con la volontà di dare vita ad azioni mirate per la valorizzazione del territorio. Il secondo riguarda invece l’evoluzione dei centri commerciali che comincia ad esprimere interesse verso forme più mature, innovative e sostenibili di trasformazione urbana. Dopo aver sperimentato nuovi meccanismi di economia dell’esperienza con  il Centro ad Arese, inaugurato in aprile nell’area prima occupata dall’Alfa Romeo, ora si procede con altri investimenti e nuove visioni. Grazie al dialogo avviato dal Consiglio nazionale dei centri commerciali con il Demanio è infatti in fase di analisi e valutazione il rilancio di immobili pubblici inutilizzati. Nel percorso di esplorazione del futuro che queste dinamiche stanno indagando ci può stare anche una riflessione sulla lunga durata dei cicli storici per un periodo di grandi transizione come quello che stiamo attraversando. In tal senso forse serve riflettere sul modo in cui i commerci in altre epoche hanno cambiato il corso degli eventi e degli uomini, allorquando altre moltitudini attraversavano i territori d’Europa per cause probabilmente non troppo diverse da quelle contemporanee: gli antenati dei mercanti sono i poveri, vale a dire la gente senza terra, la massa fluttuante che batte il paese, che offre la propria opera per la mietitura, che insegue le avventure, i pellegrinaggi (…) Gente che non ha terra è gente di ventura che fa affidamento soltanto su di sé e che niente spaventa. È anche gente ricca di cultura e di risorse, che ha viaggiato, che conosce lingue e usanze diverse, e che la povertà rende intraprendente (Pirenne H., 1936, Histoire de l’Europe des invasions au XVI siècle, Alcan, Paris,; trad. it., 2006, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton Compton, Roma).

RIUSIAMO L’ITALIA !

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

Cantiere animato: nuovi approcci alla progettazione

La progettazione del riabitare uno spazio pubblico si basa sempre più su percorsi che attivano incontri tra persone (spesso giovani) interessati al riuso a fini culturali e sociali di spazi vuoti ed Enti proprietari interessati a questo tipo di “rigenerazioni”, anche temporanee.

Oggi i territori vivono una situazione del tutto nuova, con una crescita smisurata di spazi che vengono progressivamente lasciati vuoti, privi di una loro funzione dʼuso. Eʼ un fenomeno particolare che vede il passaggio da “persone senza spazi” a “spazi senza persone”. Ciò sia nelle aree urbane, che nei territori rurali, dove lʼIstat ha mappato (ad aprile 2015) ben 6.000 “paesi fantasma”, intesi come agglomerati abitativi abbandonati.

Molte esperienze in Italia segnalano già il riuso di questi spazi come esperienza di creazione di valore sociale, culturale ed anche economico /occupazionale. Esistono però sia barriere che difficoltà allʼincontro tra giovani (ed in generale cittadini) interessati a questa rigenerazione e chi ha la proprietà / disponibilità di questi beni (nonostante diverse leggi ed in particolare lʼart. 24 dello Sblocca Italia).

Per favorire questi processi, nei Comuni e/o nei quartieri (comprese le periferie) in cui le relazioni e gli incontri tra persone ed istituzioni sono ancora possibili e fondati su un capitale fiduciario, si possono promuovere percorsi di riuso di questi spazi, affinché diventino “beni comuni”. Un concetto diverso sia da quello di bene di proprietà pubblica, che privata, interessante perché dà meno importanza a questa dimensione per privilegiarne la fruizione d’uso che lo spazio assume (“rivolta alla gente comune”). I “beni comuni” sono quindi spazi di proprietà pubblica (o del Terzo settore, ma anche di privati), affidati però – nella gestione – ad organizzazioni esterne. Ciò sempre garantendo una funzione pubblica – da mandato iniziale – occupandosi della governance della gestione / fruizione del bene.

Quando proprietario del bene è l’Ente Pubblico, proprio per garantirne una funzione pubblica, il ruolo diventa quello di partner del soggetto gestore, partecipe delle attività, grazie all’istituzione di una “cabina di regia pubblica / privata”, che si creerebbe ad hoc per la gestione. In questi percorsi possono nascere anche associazioni temporanee o di scopo, fondazioni di partecipazione, ecc. Non solo: se non partono dal basso e spontaneamente questi percorsi di riuso, l’Ente Pubblico assume il ruolo di attivatore di percorsi e la progettazione diventa la gestione del progetto, l’attesa della trasformazione, la programmazione del “frattempo”, in cui succedono però già delle cose. La rigenerazione non è quindi un’opera pubblica, ma diviene un percorso partecipato, che spesso è anche di co-realizzazione di alcune azioni di riuso (es. pulizia, manutenzioni semplici, ecc.).

Lʼottica di queste operazioni di riuso è di permettere prevalentemente (ma non solo) a “giovani appassionati e competenti” di farne una occasione occupazionale. Ciò facilitando il riuso di questi spazi vuoti in tempi brevi (anche temporaneamente) nell’ottica di start up culturali e sociali, con “low budget”. LʼEnte Pubblico infatti si trova generalmente in carenza di risorse, ma può sostenere la progettazione finalizzata ad azioni di fund raising.

Rispetto ad eventuali capitali, i team di giovani possono accedere ad un programma di finanziamento di istituti finanziari del Terzo settore, su logiche di “capitale paziente” proprio per sostenere questi “cantieri di rigenerazione”. Ma possono guardare anche al fund raising, al crowdfunding, ai bandi pubblici e/o di Fondazioni.

Queste operazioni di riuso sono infatti azioni di rigenerazione (rurale o urbana), di aggregazione pubblica, di partecipazione attiva e di cittadinanza, oltre che di inclusione sociale, sempre in ottica di sviluppo occupazionale. Il Terzo settore (o No profit) infatti in questi anni è stato un ambito che è cresciuto dal punto di vista occupazionale, soprattutto coinvolgendo giovani, in prevalenza qualificati. Queste operazioni di riuso spesso diventano anche azioni di sviluppo locale, soprattutto là dove riprendono temi legati al turismo leggero, alla valorizzazione del territorio, al food, alle tradizioni, allʼarte e cultura.

Questi percorsi partono dalla condivisione interna alla P.A. sulle modalità e condizioni di esternalizzazione e procedono poi con la loro promozione, con lʼavvio di un percorso pubblico animativo di formazione / promozione del riuso dello spazio e si concludono con lʼassegnazione della gestione dello spazio, sempre con una evidenza pubblica e con una modalità trasparente. Viene elaborato anche uno “studio di fattibilità”  ai fini di individuare – sempre in modo coprogettato – vocazione, funzioni dʼuso, analisi investimenti e sostenibiltà della gestione, elementi per un piano di marketing, reti e partner, nuovi pubblici.

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Il riuso però non è detto che parta sempre e solo dall’Ente pubblico. L’attivatore, a seconda dei territori, può essere un soggetto portatore di un bisogno (es. Terzo settore), un gruppo di persone che si unisce per una causa, un’organizzazione particolarmente sensibile alle questioni.Di conseguenza, anche il percorso di riuso / rigenerazione, può avere più dimensioni, dinamiche diverse, tempi più o meno lunghi.

Nel 2016, le buone prassi sviluppate grazie al lavoro diretto degli autori di “Riusiamo l’Italia” sono state l’avvio del co-working/incubatore a Tortona con Impact Hub in una ex Scuola/spazio pubblico vuoto, a Varese Vitamina-C, il social hub promosso da ACSV in una “terrazza” non utilizzata, a Formigine (Mo) la riprogettazione partecipata di un nuovo spazio per i giovani  in uno spazio sotto utilizzato ed in Valle Sabbia (Bs) , l’avvio di un nuovo fab lab in un ex convento. Oltre alla co-progettazione, decisivo è stato l’accompagnamento all’avvio della gestione di questi nuovi spazi.

giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it