Sul ruolo delle rovine nel contemporaneo: tre riferimenti

Una semplice associazione di idee che prende spunto dal senso di “rovina” che affligge il mondo con l’escalation di fatti drammatici degli ultimi giorni: Brexit, stragi, attentati, rivolte interrazziali, colpi di stato, gesti folli, schizofrenia diffusa. Che sta succedendo? Come ne usciamo? C’è una relazione tra la “rovina” politica, culturale di un modello di civiltà in declino e le “rovine” materiali del suo vasto patrimonio abbandonato? C’è forse una chiave attraverso cui, affrontando le seconde, si possono trovare soluzioni alla crisi della prima? Difficile dare risposte certe. Ci si limita a qualche spunto per riflettere attraverso tre riferimenti liberi, aperti e molto diversi tra di loro.

Il primo: Mauro Pagani ha appena realizzato un nuovo brano funk da titolo The big man ispirato a Donald Trump. Il Musicista ha commentato questa scelta sul fatto di non riuscire a rimanere indifferente di fronte alla possibilità che diventi l’uomo più potente al mondo. Il testo utilizza parole pronunciate da Donald Trump e nel videoclip un suo sosia si alterna alle scene con l’autore e, non a caso, nella sgangherata cornice di una grande fabbrica abbandonata.

Il secondo: il pittore francese Robert Hubert (Parigi, 1733 –1808) che i contemporanei avevano soprannominato “Robert des ruines” viene quest’anno celebrato  con un’importante e approfondita rassegna.  Oltre 140 tra i suoi dipinti, disegni e stampe di rovine, prima esposti al Louvre, poi alla National Gallery di Washington (fino al 2 ottobre) con una mostra ricca e articolata, definita quasi un catalogue raisonné. Tra i commenti più ricorrenti quelli che accennano a un peintre visionnaire, non incline alla commiserazione, nonostante i numerosi paesaggi di distruzioni e catastrofi che caratterizzano le sue rappresentazioni. Hubert non perde mai humour e ironia nella consapevolezza che la sua epoca  aveva imparato a riconoscere il fascino dalle rovine, nell’idea che “tutto passa, tutto perisce” (l’immagine è quella del suo dipinto raffigurante “Il ritrovamento di Laocoonte”).

Il terzo: deriva dalla lezione di Marco Casagrande, architetto visionario e rivoluzionario che nonostante vari riconoscimenti internazionali non ha ancora raggiunto l’influenza che meriterebbe grazie suo innovativo approccio basato sulla contaminazione tra l’architettura e altre discipline dell’arte, della scienza e dell’ecologia. La sua teoria di Città di Terza Generazione vede la condizione urbana post industriale come una macchina rovinata dalla natura umana e gli architetti come sciamani che meramente interpretano ciò che viene trasmesso dalla natura più grande del pensiero condiviso ( Marco Casagrande: Cross-over Architecture and the Third Generation City Epifanio 9, 2008).

In questo im-possibile dialogo a distanza nello spazio e nel tempo tra un musicista, un pittore e un architetto, forse qualche traccia di verità per l’esplorazione di un futuro migliore, senza rinunciare alla lezione di ironia e di disincanto che sembrerebbe essere una caratteristiche di tutti e tre.

RIUSIAMO L’ITALIA!

roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

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