Riuso degli spazi in città: le smart (and best) practices

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Il tema della rigenerazione degli spazi vede il suo naturale “terreno di gioco” nelle città, specie quelle medie e grandi dove il fenomeno è ancora più visibile e diffuso a causa i tanti “scheletri” ex industriali, caserme, case sfitte o invendute, oltre a strutture pubbliche vuote ed abbandonate. Sono tutti segnali di una transizione da una economia ad un’altra, che in generale segnalano la fine di una società basata solo su logiche (e pensieri) industriali e statalisti…. Oggi invece, a partire da gruppi di “giovani pionieri” e da tanti altri innovatori, i segnali di un modello socio-economico basato su nuovi paradigmi e valori cominciano a delinearsi: fabbriche della conoscenza, co-working, green building, start up, sharing, riuso, imprese sociali e culturali, intangibile assets, fonti rinnovabili, rigenerazione urbana, social and cultural innnovation, esprimono le linee e le direzioni verso le quali si sta andando.

Detto ciò, sempre più frequente, viene posta la questione di come si possa agire concretamente. Una domanda posta sia da amministrazioni pubbliche, attente a questi fenomeni di cambiamento, che da giovani “potenziali” riutilizzatori di spazi. Ma il tema interessa in generale i proprietari dei beni, privati, Tezo settore, enti ecclesiastici. Questi proprietari sono interessati a fare in modo che il proprio bene partecipi a percorsi di rinascita / rigenerazione sociale, culturale, urbana. Anche perché, ed è sempre più dimostrato, ciò si traduce in aumento di valore anche economico del bene stesso. Oltre che di una riattualizzazione delle funzioni d’uso del bene ed in generale del senso stesso dello spazio.

Dall’osservazione di buone pratiche avvenute in questi 15 mesi attraverso l’Osservatorio on line sul riuso (www.riusiamolitalia.it, legato all’omonimo libro pubblicato per Il Sole 24 Ore) emergono alcune indicazioni operative, che in molto casi sono state la base per il successo dei percorsi di riuso e rigenerazione.

1) mappatura partecipata dei beni riusabili (cioè immediatamente disponibili) a prescindere dalle proprietà (privata, pubblica, terzo settore, enti diversi, ecc.). specialmente per il patrimonio privato ci si può riferire sia verso spazi ora “fuori mercato” ma suscettibili di riuso temporaneo o di valorizzazione. Oppure i beni possono essere oggetto di lasciti e donazioni per cause sociali e culturali: 105 miliardi è la stima del valore di questi patrimoni, oggi appartenenti a 340.000 famiglie che non hanno parenti conviventi (fonte: Enti Non profit n° 3/2011). Questa è una azione che sempre più spesso viene attivata da tanti gruppi dal basso.

2) Promozione dell’azione e trasparenza operativa: a livello territoriale le operazioni di mappatura vanno promosse in modo aperto e impostate per arrivare a tutti i target potenzialmente coinvolgibili (ad esempio: enti ecclesiastici, giovani potenziali riutilizzatori, industriali e artigiani, innovatori, no profit, makers, notai, curatori fallimentari, categorie professionali, pubblica amministrazione, edilizia popolare, amministratori di condomini, sviluppatori immobiliari, ecc.). La trasparenza è fondamentale nel senso che tutte le informazioni vanno pubblicate on line, dando vita ad una piattaforma georeferenziata con tutti i principali parametri conoscitivi degli spazi riutilizzabili, assegnando priorità alle situazioni immediatamente disponili o abilitabili con operazioni semplici e tempestive. Nel caso in cui i beni siano di proprietà della PA, questa può avere un ruolo di promotore del percorso, oppure di concedente il bene. In questo caso, ciò viene molto semplificato dalla adozione di procedure legate all’art. 24 dello “Sblocca Italia”, come ad esempio lo strumento del “Regolamento dei beni comuni” (v. www.labsus.org), a tutele di percorsi partecipativi attivata dai cittadini, “dal basso”.

3) fund raising: nessuna operazione è a costo zero. Se i percorsi di rigenerazione in molti casi si basano sul fatto che il lavoro delle persone / comunità di avvio e innesco dei processi può essere messo in gioco sulla base della passione (e quindi nella fase iniziale a costo zero), questa rimane comunque sempre e solo una condizione necessaria, ma non sufficiente. Se è vero che nelle azioni di nel riuso / rigenerazione, l’attenzione è comunque più sbilanciata sui processi sociali e culturali che si attivano localmente e sulle strumentazioni ed attrezzature tecniche necessarie (e spesso anche in ottica “temporary” e di condivisione d’uso), le risorse economiche servono e dovrebbero diventare oggetto di attenta programmazione da parte del decisore pubblico. Sicuramente si tratta di avviare percorsi molto diversi dalla tradizionale programmazione delle opere pubbliche. Si tratta infatti in linea generale di agire su processi appunto di innesco e di avvio dove il motto è “fare molto con poco”, ma anche un “restyling creativo delle funzioni d’uso” di uno spazio necessita di risorse, per altro sapendo che si tratta di operazioni spesso a forte impatto sociale sulle comunità. Risposte a bandi diversi, attività di fundraising, crowdfunding, prestiti comunitari o bancari, sono di solito i principali strumenti, ma serve fare molto di più. Il profilo di queste azioni è proporzionale alla capacità di tradurre in qualità creativa o innovativa il senso culturale / sociale del progetto di rigenerazione. Rispetto alle tante situazioni visionate in giro per l’Italia le risorse per avviare un percorso di riuso di spazi in discrete condizioni iniziali può andare dai 30 ai 50.000 euro, anche se il criterio “sartoriale” del “caso per caso” e sempre la regola maestra da applicare in ogni singola circostanza.

4) l’avviso pubblico (la “call”). Coerentemente a quanto detto in precedenza, la call è la modalità base per questi percorsi. Il matching tra potenziali riutilizzatori e l’assegnazione rispetto all’uso dei beni immediatamente disponibili, passa attraverso una call che prevede una selezione/valutazione, svolta in modo trasparente e pubblico. Ciò nel caso sia la PA ad avere il ruolo di promotore nel percorso, che quindi deve saper semplificare molto i modelli di candidatura (puntando tutto sulla qualità delle idee progetto) ed i regolamenti gestionali (ma anche procedure di autorizzazione, ecc.). I progetti di riuso devono essere valutati per la capacità di generare impatto sociale (es. inclusione, nuova cittadinanza, partecipazione attiva) e culturale (eventi, live, folklore, memoria) sul territorio (quindi non “cattedrali nel deserto” o spazi non sentiti utili dalle comunità locali), livello di innovazione /relativa e assoluta) e – dove è possibile – anche per la capacità di generare nuova occupazione (giovanile in particolare), soprattutto in settori ad hoc (nuove forme di economia in primis).

Nel caso in cui invece i beni sono di proprietà della PA, laddove ci sia stata l’adozione del “Regolamento dei beni comuni”, l’attivazione dei gruppi di cittadini dal basso (singoli o associati) può vedere l’assegnazione diretta al bene (v. labsus.org).

5) La misurazione e la valutazione dell’impatto. Ogni azione di questo genere va promossa individuando anche a priori i risultati attesi, in termini di quantità e qualità dei luoghi rigenerati, processi creativi innescati, innovazione culturale e/o sociale sviluppata, capacità di risposta ai bisogni individuati (in termini di risultati ottenuti), occupazione generata, ecc. Chiaramente anche questa fase – che diventa monitorato in progress e valutazione ex post – va resa pubblica ed attivata ciclicamente.

6) Gli attori ed i ruoli. In questi percorsi, vanno definiti attori e ruoli. Come detto, l’attivatore base del percorso (l’innovatore) sempre più spesso è esterno alla pubblica amministrazione:  di solito infatti si tratta un gruppo locale di innovatori (associazioni di categoria, No profit, gruppi informali, associazioni, ecc.) che mette in campo un progetto locale di rigenerazione urbana. La PA può essere quindi “semplicemente” partner, possibilmente adattando il suo ruolo non più e non solo come “regolatore”, ma come partner o facilitatore di processo. Serve infatti sempre di più agire in modo rapido, dinamico e flessibile: oggi alcuni bandi di Fondazioni di erogazione prevedono già questo approccio. È in questa ottica che l’attivatore di questi percorsi (PA o altri), deve pensare ad un mix di azioni di fundraising, dai bandi (anche di matrice europea) al suscitare donazioni di risorse mobili o immobili (anche per l’uso temporaneo). Questa infatti può essere una delle migliori modalità per costruire coesione sociale e una nuova economia di comunità.

giovanni.campagnoli@riusiamolitalia.it – roberto.tognetti@riusiamolitalia.it

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